di Giuseppe Gagliano –
Il governo ungherese ha annunciato, quasi simultaneamente a quello serbo, la costruzione di un oleodotto strategico che collegherà i due paesi e che si collegherà a quello russo. L’iniziativa è una chiara dichiarazione geopolitica: l’asse Orban-Vucic si rafforza lungo due linee parallele, energetica e ideologica. Da un lato, si garantisce la continuità degli approvvigionamenti petroliferi in un contesto di sanzioni sempre più stringenti; dall’altro, si smarca apertamente da un’architettura giuridica internazionale percepita come selettiva e politicizzata.
Il nuovo oleodotto, lungo 113 chilometri, collegherà il sistema russo Druzhba, che alimenta ancora l’Ungheria, alla città serba di Novi Sad. Una risposta diretta al rischio imminente che le sanzioni statunitensi colpiscano la compagnia petrolifera serba NIS, partecipata da Gazprom Neft. Con l’interruzione possibile delle forniture via Croazia (sistema JANAF), Serbia e Ungheria si costruiscono un piano B energetico, fuori dalla rete occidentale.
Dal punto di vista geo-economico l’oleodotto non è solo un’infrastruttura, ma un messaggio: la dipendenza energetica dalla Russia, lungi dall’essere superata, si adatta al nuovo equilibrio multipolare. L’Ungheria, che già importa l’80% del gas da Mosca, rinsalda il proprio profilo di “ponte orientale” dentro un’Unione Europea che fatica a imporre l’unanimità sulle sanzioni. La Serbia, candidata UE ma ancora fuori dal club, sceglie la resilienza energetica a costo di ulteriori attriti con Bruxelles e Washington.
Il dato politico è chiaro: entrambe le capitali scelgono la continuità delle forniture e la sicurezza energetica come priorità assoluta. Ed è su questo che Budapest giustifica il suo sostegno a Belgrado, arrivando perfino a sponsorizzare il rinvio delle sanzioni americane contro la NIS. Un gesto che rafforza un asse strategico sempre più impermeabile alle pressioni euro-atlantiche.




