di Giuseppe Gagliano –
Gli Stati Uniti hanno trasferito in dieci giorni più di cento migranti espulsi verso otto Paesi africani, anche quando le persone interessate non possiedono legami con gli Stati di destinazione. Burundi, Camerun, Repubblica Centrafricana, Guinea Equatoriale, Eswatini, Liberia, Ruanda e Sierra Leone figurano tra i Paesi coinvolti nella nuova politica dell’amministrazione Trump.
Tra le persone trasferite figurano cittadini cubani, venezuelani, nicaraguensi, afghani, iraniani, nepalesi e turchi. Secondo documenti governativi esaminati dall’emittente statunitense CBS, non tutti avrebbero precedenti penali.
La strategia consente a Washington di eseguire gli ordini di espulsione anche quando il rimpatrio nel Paese d’origine risulta impossibile o incontra ostacoli diplomatici e giudiziari. Gli Stati Uniti ricorrono quindi ad accordi con Paesi terzi disponibili ad accogliere persone che possono non avere alcun rapporto precedente con il territorio nel quale vengono trasferite.
La politica assume anche una dimensione economica e diplomatica. I governi che accettano gli espulsi possono ricevere finanziamenti e altre forme di cooperazione dagli Stati Uniti. L’Eswatini, secondo le informazioni disponibili, avrebbe raggiunto con Washington un’intesa del valore di 5,1 milioni di dollari e avrebbe già ricevuto più di trenta persone.
Il sistema permette agli Stati Uniti di trasferire all’estero una parte dei costi legati alla gestione delle persone espulse, mentre i governi africani coinvolti ottengono risorse e possono rafforzare i propri rapporti con Washington.
Rimangono però interrogativi sulla capacità di alcuni Paesi destinatari di garantire assistenza, sicurezza e possibilità di integrazione. Molti dispongono di risorse economiche limitate e devono affrontare disoccupazione, fragilità amministrative e, in alcuni casi, instabilità politica.
Una questione particolare riguarda i cittadini cubani. Il loro trasferimento in Africa non implica alcun collegamento automatico con il reclutamento nelle forze russe, ma la presenza di persone prive di reti familiari e di prospettive economiche può aumentare la vulnerabilità nei confronti di intermediari e organizzazioni che offrono lavoro o altre opportunità all’estero.
Dal 2023 sono state documentate reti impegnate nel reclutamento di cittadini cubani destinati alla Russia, in alcuni casi attraverso offerte di lavoro civile e promesse di stipendi elevati o della cittadinanza russa. Il governo dell’Avana ha riconosciuto l’esistenza di queste attività, negando il coinvolgimento dello Stato e annunciando procedimenti contro i responsabili.
Le dimensioni del fenomeno rimangono controverse. Valutazioni provenienti da fonti americane e ucraine hanno fornito cifre molto differenti sul numero dei cubani presenti nelle forze russe, senza che sia possibile disporre di una verifica indipendente completa.
Dal punto di vista militare, eventuali reclute straniere possono essere utilizzate in compiti di fanteria, logistica, sorveglianza e protezione delle retrovie. Il loro impiego consente inoltre di aumentare il personale disponibile senza ricorrere nella stessa misura alla mobilitazione della popolazione russa.
Non esistono tuttavia elementi per sostenere che i cittadini cubani espulsi dagli Stati Uniti verso l’Africa siano destinati al reclutamento russo. Il problema riguarda piuttosto il rischio che persone trasferite in Paesi con i quali non possiedono legami possano diventare maggiormente esposte a reti criminali, trafficanti o reclutatori.
La politica statunitense apre infine una questione più ampia sul ruolo dei Paesi africani nella gestione internazionale dei flussi migratori. Gli accordi con Stati terzi permettono alle grandi potenze di trasferire lontano dai propri confini una parte delle conseguenze delle politiche di espulsione, offrendo in cambio risorse economiche e cooperazione.
Il risultato potrebbe essere la progressiva formazione di un mercato internazionale nel quale l’accoglienza degli espulsi diventa uno strumento negoziale nei rapporti tra Stati. Per Washington rappresenta un mezzo per rendere più efficace la politica migratoria; per i governi africani una possibile fonte di finanziamenti e influenza diplomatica. Restano da valutare le conseguenze sulle persone trasferite e sulla stabilità dei Paesi chiamati ad accoglierle.




