Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance avrebbe cercato direttamente dai comandanti militari americani una valutazione delle reali condizioni del conflitto con l’Iran, maturando crescenti dubbi sulla strategia seguita da Washington e sulle possibilità di arrivare a una conclusione favorevole della guerra. È quanto emerge da una ricostruzione del *New York Times*, basata sulle testimonianze di funzionari ed ex funzionari statunitensi.
Tra la primavera e l’estate Vance avrebbe avuto contatti diretti con comandanti impegnati in Medio Oriente, Europa e Asia, chiedendo informazioni sulla situazione operativa prima che queste passassero attraverso i normali canali del Pentagono. L’iniziativa, secondo il quotidiano statunitense, sarebbe avvenuta con la conoscenza dei principali vertici dell’amministrazione Trump.
Il vicepresidente avrebbe chiesto soprattutto valutazioni sugli obiettivi militari, sulle perdite, sulla capacità di resistenza di Teheran, sulla situazione nello Stretto di Hormuz e sulle scorte di armamenti statunitensi. Proprio quest’ultimo punto avrebbe alimentato le maggiori preoccupazioni. I comandanti avrebbero segnalato una forte pressione sulle disponibilità di alcuni sistemi d’arma, in particolare degli intercettori Patriot, fondamentali per la difesa aerea americana.
Le informazioni raccolte avrebbero convinto Vance che il quadro sul terreno fosse più problematico rispetto a quello presentato pubblicamente dall’amministrazione. Il vicepresidente avrebbe quindi riportato le proprie perplessità direttamente al presidente Donald Trump e ai membri più influenti della Casa Bianca.
Secondo il *New York Times*, anche il generale Dan Caine avrebbe informato Trump delle difficoltà relative alle scorte e della capacità dell’Iran di continuare il conflitto, incontrando inizialmente lo scetticismo del presidente.
Resta così una distanza significativa tra le valutazioni riservate descritte dal quotidiano e la comunicazione pubblica della Casa Bianca. Trump ha più volte sostenuto che le forze iraniane siano state sostanzialmente sconfitte e ha respinto le ricostruzioni secondo cui Washington starebbe incontrando problemi nell’approvvigionamento di munizioni. Vance, dal canto suo, ha cercato pubblicamente di ridimensionare la portata del coinvolgimento americano.
Tra i principali interlocutori militari del vicepresidente figurerebbe l’ammiraglio Samuel Paparo, comandante delle forze statunitensi nell’Indo-Pacifico e con una lunga esperienza nelle operazioni navali in Medio Oriente. Vance avrebbe inoltre ottenuto dal direttore della CIA John Ratcliffe la possibilità di confrontarsi direttamente con gli analisti dell’intelligence e avrebbe chiesto al segretario alla Difesa Pete Hegseth aggiornamenti quotidiani sulla situazione nello Stretto di Hormuz.
Il Pentagono ha confermato che Hegseth ha favorito i contatti del vicepresidente con i comandanti, mentre dall’entourage del generale Caine è stato escluso che vi siano state carenze nelle informazioni militari normalmente trasmesse alla leadership politica.
La crescente attenzione di Vance alla gestione del conflitto assume anche una dimensione politica. Il vicepresidente era stato tra gli esponenti dell’amministrazione più prudenti rispetto a un coinvolgimento prolungato degli Stati Uniti e successivamente Trump gli aveva affidato, insieme a Jared Kushner e Steve Witkoff, un ruolo nei tentativi diplomatici per trovare una via d’uscita dalla guerra.
Le aspettative iniziali della Casa Bianca prevedevano infatti un conflitto molto più breve e una rapida capitolazione delle autorità iraniane. Il protrarsi delle operazioni ha invece costretto Washington a confrontarsi con costi crescenti, consumo di munizioni e capacità di resistenza di Teheran.
Secondo il *New York Times*, la questione potrebbe pesare anche sul futuro personale di Vance. Una guerra lunga, costosa e priva di una chiara soluzione rischierebbe infatti di diventare uno dei principali problemi politici per il vicepresidente in vista di una sua possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028.




