Verso la sudamericanizzazione del Vecchio continente

di Marcello Beraldi

L’intesa raggiunta tra la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha provocato un’inedita incertezza persino tra i tradizionali propugnatori dell’integrazione europea, come il Corriere della Sera e La Repubblica. Si sta progressivamente manifestando il sospetto che l’orientamento attuale dell’Unione Europea possa convergere verso esiti indesiderabili, e che la narrazione ottimistica diffusasi per decenni celi una realtà ben più disagevole.
Tale perplessità, tuttavia, risulta essere di breve durata. Presto si assiste a un ritorno delle consuete istanze di rafforzamento dell’apparato europeo, di incremento della produttività e della competitività, e di riduzione degli sprechi, reiterando il postulato secondo cui le economie nazionali avrebbero ecceduto le proprie capacità. La soluzione prospettata per questa compagine sociale, descritta come “tragicamente ingenua”, permane invariabilmente la medesima: un’applicazione più energica e rigorosa delle politiche che, pur promosse per decenni, hanno condotto alla situazione critica attuale.
Questo segmento della popolazione (elettori puntuali e acritici) stimabile forse al 25%, funge da vera e propria guardia pretoriana a difesa del potere reale che sta erodendo le fondamenta della società. Sebbene non partecipino direttamente alla spartizione dei privilegi oligarchici, questi individui si alimentano dei rigurgiti ideologici delle élite, divenendone strenui difensori. La loro tattica consiste nell’accusare i critici con un repertorio consolidato di epiteti denigratori: sovranisti, populisti, comunisti, rossobruni, complottisti, e simili.
L’interpretazione dell’operato di von der Leyen come una “capitolazione” è solo parzialmente fondata e, per altri aspetti, profondamente fuorviante. Non si configura come una capitolazione in senso stretto, poiché gli interessi che si intendevano salvaguardare sono stati, di fatto, tutelati.
Per definire tale dinamica come una capitolazione, si dovrebbe presupporre che figure quali von der Leyen, Kallas, Meloni, Picierno e Lagarde agiscano in rappresentanza degli interessi dei popoli europei. Questo postulato, tuttavia, costituisce un misconoscimento radicale della realtà. Tali soggetti sono membri di un’élite ristretta, in prossimità diretta con le grandi oligarchie economiche transnazionali le quali, tra l’altro, detengono una significativa influenza sui canali informativi. I loro interessi sono intrinsecamente disgiunti da quelli delle popolazioni europee. Periodicamente, in funzione dell’interesse specifico da promuovere, si ricorre a economisti ad hoc, i quali, con pretesa autorevolezza, argomentano come la promozione degli interessi di una data multinazionale sia perfettamente allineata con il beneficio individuale dell’operaio, dell’impiegato, del professore o del commerciante. Il messaggio è perentorio: fiducia negli esperti e conformità finanziaria, senza ulteriori discussioni.
Quanto si sta manifestando in Europa non è una “capitolazione”, bensì un processo ben documentato, già osservato per lungo tempo in America Latina.
In quel contesto ristrette oligarchie hanno mantenuto posizioni di privilegio straordinario mediante l’occupazione dei nodi cruciali dei traffici commerciali con gli Stati Uniti.
Nella terminologia marxista (che, malgrado la sua cattiva reputazione, continua a offrire strumenti analitici pertinenti) si operava una distinzione tra “borghesia nazionale” e “borghesia compradora”. Mentre la borghesia nazionale, pur perseguendo i propri interessi di classe, operava con una certa considerazione per la prosperità del proprio paese (veicolando, seppur indirettamente, alcuni benefici all’intera popolazione), la borghesia compradora assume il ruolo di agente per organizzazioni straniere, prevalentemente multinazionali, facilitandone gli investimenti locali e mediandone i profitti. Il benessere economico del CEO della filiale italiana di una multinazionale farmaceutica, o dello “sviluppatore” immobiliare internazionale residente a Milano, non è in alcun modo dipendente dalle sorti dell’economia e della società italiana. Eppure, sono proprio questi attori a essere rappresentati da Ursula “elmetto dorato” nei consessi internazionali.
L’esito naturale di questo processo di “sudamericanizzazione” è la progressiva distruzione della classe media e la cristallizzazione di un’élite economica che opera, de facto, al di sopra della legge. Laddove le disparità economiche sono marcate all’interno di una società, ogni individuo diviene vulnerabile al ricatto, e il potere economico si trasforma agevolmente in qualsiasi altra forma di potere.
Inevitabilmente, qualora si osi rilevare che l’esistenza di una borghesia con interessi nazionali, di una politica attenta alla sovranità economica, o di una società che preservi una propria identità culturale, pur non costituendo un’utopia, sono comunque preferibili a una frammentazione imposta da oligarchie distanti, si scatena immediatamente la reazione veemente della stampa e dell’accademia. Essi sono pronti a brandire accuse quali “sovranismo”, “nazionalismo”, “sciovinismo”, e così via. A ciò si unisce l’intervento della suddetta guardia pretoriana, composta da quel 25% di individui con cultura superficiale, che si avventano a comando sui malcapitati.
Concludendo, l’attuale traiettoria è evidente. Si dovrebbe pertanto risparmiare la retorica della sorpresa dinanzi al “mancato perseguimento degli interessi europei” o a una “inattesa capitolazione”. Questa è, al contrario, la direzione chiara e manifesta in cui stiamo procedendo da decenni. È quindi opportuno che l’attenzione torni a convergere su questioni meno sostanziali, dato che il pilota automatico opera con ineccepibile efficienza e straordinaria puntualità verso il baratro che condannerà i Paesi europei non solo ad una conclamata quanto evidente subalternità, quanto all’irrilevanza dapprima politica e poi anche, inevitabilmente, economica.