di Giuseppe Gagliano

Dopo quasi un decennio di guerra, lo Yemen torna a muoversi. Non verso la pace, non ancora, ma verso una fase nuova, più fluida e potenzialmente più pericolosa. Il Consiglio presidenziale ha riconquistato spazio politico e militare nel sud del Paese, sfruttando il ridimensionamento del Consiglio di transizione del Sud, e ora valuta se e come aprire un confronto con gli Houthi, cioè con Ansar Allah, padroni del Nord-Ovest.

Non è un passaggio secondario. È, semmai, il primo vero segnale che l’assetto congelato dal 2022 potrebbe incrinarsi.

Il fallimento del progetto secessionista del sud ha avuto un valore che va oltre il dato militare. Il movimento, sostenuto per anni dagli Emirati, non è riuscito a consolidare il controllo territoriale e ha pagato divisioni interne, culminate nella fuga all’estero di Aidarous al-Zubaidi e nella disgregazione della sua leadership. La controffensiva appoggiata da Arabia Saudita ha restituito al governo una cosa che sembrava perduta: l’iniziativa.

È su questo slancio che nasce il Comitato militare supremo, creato il 10 gennaio con l’obiettivo di unificare sotto un unico comando le forze anti-Houthi. Nelle intenzioni del presidente Rashad al-Alimi, il nuovo organismo dovrebbe sanare anni di frammentazione e trasformare un mosaico di milizie in un esercito nazionale degno di questo nome.

A Sanaa la mossa non è passata inosservata. Nel campo houthi il Comitato è letto come un tentativo di riorganizzare il fronte avversario sotto l’ombrello saudita. La preoccupazione è che la maggiore coesione del Sud possa preludere a una ripresa delle ostilità su larga scala, dopo anni di conflitto a bassa intensità.

La risposta ufficiale di Ansar Allah è prudente ma sprezzante. Il nuovo assetto, sostengono i loro analisti, non cambia gli equilibri reali. Ogni offensiva contro il nord servirebbe interessi esterni, in particolare quelli statunitensi e israeliani. Gli Houthi rivendicano una resilienza costruita in anni di guerra e un arsenale che oggi include droni e missili, frutto anche del sostegno di Iran.

Altri osservatori leggono la situazione con maggiore cautela. Se il Comitato militare riuscirà davvero a garantire sicurezza nelle aree governative, il PLC potrebbe presentarsi al tavolo negoziale in posizione meno subalterna. Non per lanciare una guerra totale, ma per rendere credibile la minaccia di un’alternativa militare.

La rapidità con cui il Consiglio di transizione del sud è stato sconfitto ha già avuto un effetto intimidatorio. In un contesto regionale più complesso, segnato dalle difficoltà iraniane e dal crescente malcontento nelle aree controllate dagli Houthi per la gestione economica e amministrativa, anche il Nord appare meno solido di quanto proclami.

Sul piano regionale, il segnale più chiaro arriva da Riad. Il pacchetto di investimenti annunciato il 15 gennaio, circa 500 milioni di dollari per infrastrutture, ospedali, scuole ed energia nel Sud dello Yemen, non è solo un gesto umanitario. È una dichiarazione di intenti. L’Arabia Saudita punta a consolidare la propria influenza in zone un tempo dominate dagli Emirati, inclusa l’isola strategica di Socotra, e a costruire sul terreno le condizioni di un ordine post-bellico favorevole.

Lo Yemen non è vicino alla pace, ma non è nemmeno fermo. La fase che si apre è quella della diplomazia armata, in cui ogni mossa militare serve soprattutto a rafforzare una posizione politica. Il governo sa di non poter vincere una guerra totale. Gli Houthi sanno di non poter governare a lungo un Paese allo stremo. In mezzo, potenze regionali che tornano a investire, non solo in armi, ma in influenza.

È in questo spazio ambiguo, tra minaccia e negoziato, che si giocherà il prossimo capitolo della guerra yemenita. E non è detto che sia il più breve.