Yemen. Dopo l’uccisione del premier gli Houthi: sequestrano il personale Onu

di Giuseppe Gagliano –

La decisione degli Houthi di arrestare 11 membri del personale Onu, dopo l’uccisione del loro premier Ahmed al-Rahawi in un raid israeliano, segna un ulteriore salto di qualità nel conflitto yemenita e nel confronto regionale. Le accuse mosse dai ribelli sciiti, ovvero reti di spionaggio mascherate da operatori umanitari, non sono nuove, ma il tempismo è significativo: trasformare l’attacco israeliano in un casus belli per legittimare la repressione interna e rilanciare la narrativa anti-occidentale.
Antonio Guterres ha reagito con durezza, parlando di “rilascio immediato e incondizionato”. Tuttavia la storia recente mostra che le pressioni dell’Onu hanno scarsa efficacia sugli Houthi, i quali hanno già detenuto a lungo personale internazionale, riducendo le attività umanitarie nello Yemen.
Il conflitto yemenita non è più una guerra dimenticata: è diventato una leva strategica per Teheran. Gli Houthi, sostenuti logisticamente e militarmente dall’Iran, fungono da strumento di pressione contro Israele e Arabia Saudita, con incursioni sempre più frequenti nel Mar Rosso. Gli incidenti segnalati vicino a Yanbu confermano la capacità dei ribelli di destabilizzare rotte marittime vitali per il commercio mondiale, proprio mentre i mercati energetici restano vulnerabili.
Israele dal canto suo considera l’eliminazione di Rahawi una dimostrazione di forza dopo mesi di escalation a Gaza. Ma così facendo rischia di alimentare una reazione a catena: i ribelli yemeniti promettono vendetta, l’Iran guadagna terreno come sponsor della resistenza regionale e l’Onu viene delegittimata, incapace di proteggere il proprio personale.
Il Mar Rosso, arteria che collega Suez all’Oceano Indiano, è ormai un teatro di guerra economica. Gli attacchi Houthi alle navi “affiliate a Israele” non hanno solo valore simbolico: sono un messaggio diretto ai mercati globali. Ogni incidente, anche senza vittime, genera incertezza sulle assicurazioni marittime, aumenta i costi del trasporto e mette in difficoltà gli scambi commerciali. In una fase di fragilità delle catene logistiche, basta poco per far oscillare i prezzi delle materie prime.
Gli Houthi hanno dimostrato di saper coniugare guerriglia tradizionale e capacità missilistiche e dronistiche avanzate, fornite in gran parte da Teheran. La loro strategia mira a saturare il nemico con attacchi asimmetrici: colpire obiettivi navali e civili, logorare la sicurezza regionale, e soprattutto forzare Israele e l’Arabia Saudita a combattere su più fronti. Per Israele, già impegnato a Gaza, si apre il rischio di una “seconda guerra periferica”, difficile da contenere e ancora più ardua da vincere.
La vicenda mette a nudo tre realtà. Primo: lo Yemen resta un laboratorio della proiezione iraniana, con ricadute ben oltre i confini locali. Secondo: Israele rischia di allargare il conflitto regionale senza un chiaro piano di stabilizzazione. Terzo: le Nazioni Unite, svuotate della loro capacità di deterrenza, diventano un attore marginale in scenari dominati dal linguaggio della forza.
In questo intreccio di guerra convenzionale, terrorismo, logistica marittima e diplomazia paralizzata, lo Yemen si conferma anello fragile ma decisivo della partita mediorientale. Una crisi che non è più periferica, ma centrale per l’equilibrio globale.