di Giuseppe Gagliano –
Il governo degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato di aver concluso la presenza delle ultime unità antiterrorismo nello Yemen. Formalmente si chiude una missione residua, già ridimensionata dal 2019, mentre sostanzialmente si apre una fase nuova nei rapporti tra Abu Dhabi e Arabia Saudita, alleati storici ma sempre più spesso portatori di interessi divergenti.
Il contesto è rivelatore. Il ritiro emiratino arriva dopo una richiesta perentoria sostenuta da Riad e dopo un raid saudita sul porto di Mukalla, presentato come un’azione contro una presunta spedizione di armi destinate al Consiglio di transizione meridionale. È qui che la narrazione ufficiale mostra le sue crepe. Per gli Emirati si tratta di una decisione autonoma, coordinata con i partner e motivata da una valutazione complessiva della situazione. Per i sauditi, invece, la presenza e il sostegno emiratino alle forze separatiste del Sud rappresentano una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, definita senza mezzi termini una “linea rossa”.
Il nodo centrale non è la quantità di uomini sul terreno, ma il controllo politico del Sud yemenita. Gli Emirati hanno investito per anni nel rafforzamento del Consiglio di transizione meridionale, considerandolo un attore affidabile nella lotta contro jihadismo e instabilità. L’Arabia Saudita, al contrario, continua a puntare sul governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, vedendo nell’STC un fattore di frammentazione che rischia di far implodere quel poco di architettura statale rimasta.
Il ritiro emiratino, in questo senso, appare come una mossa tattica più che come un disimpegno strategico. Ridurre la visibilità militare diretta consente ad Abu Dhabi di abbassare temporaneamente la tensione con Riad senza rinunciare necessariamente all’influenza politica e securitaria costruita negli anni. Le ambiguità restano, così come i sospetti sauditi sulla reale natura delle spedizioni e sul grado di coordinamento con le milizie del Sud.
Sul piano regionale, la frattura è significativa. Emirati e Arabia Saudita non sono solo partner militari, ma pilastri dell’equilibrio del Golfo e attori chiave nei meccanismi energetici globali. Ogni tensione tra i due rischia di riflettersi anche su dossier apparentemente lontani, dalla gestione dell’OPEC+ alla stabilità dei mercati. Non a caso, le borse del Golfo hanno reagito con nervosismo, segnalando che la crisi yemenita non è più un affare periferico.
In prospettiva il ritiro emiratino non risolve la questione yemenita, ma ne ridisegna le linee di frattura. La coalizione anti-Houthi, già logorata da anni di guerra senza sbocchi, mostra ora crepe interne sempre più evidenti. Il Sud avanza le proprie ambizioni, il Nord resta sotto controllo dei ribelli, e i due principali sponsor regionali si trovano a gestire interessi che non coincidono più.
La mossa di Abu Dhabi segnala una scelta di prudenza: meglio arretrare di un passo che essere trascinati in uno scontro diretto con l’alleato saudita. Ma è una prudenza carica di ambiguità, che lascia aperta la domanda centrale. Gli Emirati stanno davvero uscendo dallo Yemen, o stanno semplicemente cambiando forma alla loro presenza? Nel caos yemenita, la differenza tra le due cose è spesso solo apparente.




