di Giuseppe Gagliano –

Gli Houthi negano di avere imposto un blocco totale dello stretto di Bab al-Mandeb, ma la reazione delle compagnie di navigazione racconta una realtà diversa. Dopo gli attacchi del 23 luglio contro due petroliere saudite, numerosi armatori hanno modificato le rotte, evitando il tratto meridionale del Mar Rosso e scegliendo il più lungo percorso attorno al Capo di Buona Speranza.

Ansar Allah sostiene che le proprie operazioni siano rivolte esclusivamente contro navi collegate all’Arabia Saudita e rappresentino una risposta al lungo coinvolgimento di Riad nel conflitto yemenita. Tuttavia, nel trasporto marittimo internazionale, la percezione del rischio pesa più delle dichiarazioni ufficiali. L’aumento dei premi assicurativi e la necessità di tutelare equipaggi e carichi stanno già incidendo sulle decisioni degli operatori.

Gli Houthi non controllano militarmente Bab al-Mandeb, ma dispongono di missili antinave, droni e imbarcazioni esplosive in grado di minacciare il traffico commerciale. Questa capacità di interdizione asimmetrica è sufficiente a trasformare lo stretto in una zona ad alta pericolosità, scoraggiando il normale flusso delle merci senza la necessità di bloccare fisicamente la navigazione.

La situazione assume un’importanza strategica ancora maggiore perché l’Arabia Saudita aveva progressivamente spostato parte delle proprie esportazioni petrolifere verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Ora Riad rischia di trovarsi stretta tra due punti critici: Hormuz, sotto la pressione iraniana, e Bab al-Mandeb, minacciato dagli Houthi. Le deviazioni delle navi attorno all’Africa comportano tempi di viaggio più lunghi, maggiori consumi di carburante e costi logistici più elevati.

Le ripercussioni si estendono all’intero commercio internazionale, con possibili aumenti dei costi energetici, dei prodotti petroliferi e delle merci trasportate tra Europa e Asia. Anche il Canale di Suez continua a risentire della crisi, con una forte riduzione dei transiti e pesanti conseguenze economiche per l’Egitto.

Per gli Stati Uniti la protezione di Bab al-Mandeb richiederebbe un impegno militare ancora maggiore, con una presenza navale permanente e operazioni continue contro le postazioni missilistiche yemenite. Un compito complesso e costoso, reso ancora più difficile dal contemporaneo confronto con l’Iran nel Golfo Persico.

La crisi evidenzia inoltre la capacità di Teheran di esercitare pressione indiretta attraverso i propri alleati regionali. Mentre l’Iran mantiene la minaccia sullo Stretto di Hormuz, gli Houthi contribuiscono ad aumentare l’instabilità a Bab al-Mandeb, mettendo sotto pressione due delle principali rotte energetiche mondiali. In questo scenario, la vera efficacia della strategia yemenita non consiste nel chiudere completamente lo stretto, ma nel convincere armatori e assicuratori che attraversarlo non sia più economicamente sostenibile.