Yemen. Il Consiglio di transizione meridionale attacca da sud: torna la guerra civile

di Giuseppe Gagliano –

La tregua mai del tutto consolidata dello Yemen era una pausa fragile, più un’intesa tacita che un percorso di pacificazione. L’offensiva lanciata il 2 dicembre dal Consiglio di Transizione Meridionale, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ha riportato il Paese nel cono d’ombra della guerra civile. Con l’operazione “Futuro promettente”, l’STC ha puntato direttamente al cuore economico dello Yemen: i giacimenti petroliferi di Hadramawt. La conquista lampo di Seiyun e degli impianti di PetroMasila ha avuto un effetto quasi immediato, paralizzando la produzione e generando blackout diffusi. È il segnale che un conflitto congelato può sempre tornare a mordere quando le milizie vedono un varco politico.
Hadramawt non è un territorio qualsiasi: è più di un terzo dello Yemen, ospita i maggiori asset energetici e gode di un’antica autonomia politica e amministrativa. È una regione che ha sempre gestito il proprio destino e che guarda con sospetto chiunque provenga da fuori. Non sorprende, quindi, che una parte consistente della popolazione consideri l’ingresso dell’STC una vera e propria occupazione. La leadership dell’organizzazione arriva da altre province del Sud, percepite come marginali, e questo indebolisce la sua legittimità locale. Un potere militare può conquistare città e pozzi, ma senza consenso popolare governa sul vuoto.
Sullo sfondo, il Consiglio di Leadership Presidenziale, formalmente il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, è un organismo logorato da rivalità interne. Sauditi ed emiratini convivono al suo interno solo per necessità, non per comunione di obiettivi. Le accuse del presidente al-Alimi contro le “azioni unilaterali” dell’STC mostrano un esecutivo sempre più debole e incapace di controllare il Sud del Paese. E, soprattutto, mostrano la divergenza crescente tra Riad e Abu Dhabi. Se l’Arabia Saudita negli ultimi due anni ha cercato un compromesso con gli Houthi, gli Emirati hanno preferito consolidare la loro influenza nella fascia costiera meridionale, puntando a porti e snodi marittimi strategici. L’avanzata dell’STC, per molti osservatori, ricalca questo disegno: creare fatti compiuti sul terreno e obbligare Riad ad adeguarsi.
Il controllo dei giacimenti di PetroMasila non è solo un trofeo militare: è la leva che definisce il futuro economico di un Paese già spezzato in due sistemi monetari, due banche centrali, due bilanci incompatibili. Ogni nuova frattura nel settore energetico si traduce in mercati paralizzati, inflazione fuori controllo, difficoltà crescenti nell’importazione di beni essenziali. Senza petrolio, lo Yemen non ha alcuno strumento reale per finanziare ricostruzione, infrastrutture o servizi. E chi governa senza risorse governa solo la miseria, non lo Stato.
Nonostante il controllo territoriale, l’STC non ha la forza, né il mandato, per dichiarare un nuovo Stato. La decisione non appartiene a loro ma alle potenze regionali, che valutano lo Yemen secondo logiche di sicurezza, commercio marittimo e competizione geopolitica. Un eventuale Yemen del Sud nascerebbe già privo di risorse, con un bilancio inesistente e circondato da attori ostili alla frammentazione del Paese. Sarebbe una nuova entità debole in una regione già attraversata da instabilità e conflitti.
Le mosse dell’STC rafforzano l’ambizione emiratina di creare una cintura di influenza che attraversi Golfo Persico, Mar Rosso e Oceano Indiano. Porti, isole e terminali energetici diventano gli scacchi con cui Abu Dhabi costruisce un potere marittimo che compensa la limitata profondità territoriale dello Stato. In Yemen la strategia non è nuova: sostenere attori locali, consolidare roccaforti, indebolire il governo centrale. Uno schema già visto in Sudan e Libia, dove la politica emiratina ha favorito divisioni di fatto pur senza arrivare a una secessione formale.
La conquista di Hadramawt è il colpo più duro all’unità yemenita dagli anni Novanta. Il Paese è già diviso tra Nord Houthi e Sud controllato da una galassia di milizie; l’offensiva dell’STC non fa che congelare quella divisione e trasformarla in geografia politica. Riad chiede una de-escalation, ma la sua influenza è al minimo. Gli Emirati consolidano le loro posizioni. Le milizie rafforzano le loro economie di guerra. E intanto la popolazione continua a pagare il prezzo più alto: un’economia paralizzata, servizi inesistenti, nessuna prospettiva politica.
Se non cambia la dinamica regionale, lo Yemen scivolerà verso una spaccatura permanente: un Nord dominato dagli Houthi e un Sud frammentato tra ambizioni separatiste e interferenze esterne. Un Paese spezzato non solo nella geografia, ma anche nella sua identità politica. E in Medio Oriente, quando gli Stati si sgretolano, a riempire il vuoto arrivano sempre milizie, potenze esterne e nuove guerre.