di Giuseppe Gagliano –
Marib non è una provincia qualunque. È il cuore energetico dello Yemen orientale, snodo militare e simbolico, e soprattutto l’ultima vera roccaforte del potere centrale yemenita riconosciuto a livello internazionale, oggi incarnato dalla presidenza del Consiglio presidenziale. Ed è proprio questa centralità a rendere la sua posizione, dopo gli eventi di dicembre 2025, drammaticamente fragile.
Tra il 2 e il 9 dicembre il Consiglio di Transizione Meridionale ha messo a segno un’operazione che ha cambiato gli equilibri interni dello Yemen senza bisogno di grandi battaglie. Hadramaut, Al-Mahra, porti, snodi logistici e aree petrolifere, sono passati sotto il suo controllo in pochi giorni. Una conquista rapida, quasi incruenta, che ha restituito al Sud yemenita una continuità territoriale che non si vedeva dal 1990.
Formalmente parte del PLC dal 2022, lo STC ha agito di fatto come attore autonomo, forte del sostegno politico e militare degli Emirati Arabi Uniti. La narrativa ufficiale parla di lotta alla corruzione, al contrabbando e ai gruppi estremisti. Ma il risultato reale è un altro: la frantumazione del fronte anti-Houthi.
Dal punto di vista militare stretto, Marib non è ancora accerchiata. Ma strategicamente lo è quasi del tutto.
A nord e a ovest premono gli Houthi, che controllano Sana’a e gran parte dello Yemen settentrionale. A sud e a est, l’avanzata dello STC ha sottratto al governo centrale territori, risorse energetiche e profondità strategica. Le vie di rifornimento si assottigliano, il margine politico si riduce, la capacità di resistenza diventa sempre più dipendente da equilibri esterni.
Marib resta dunque in una zona grigia: non conquistata, ma neppure protetta. Non intrappolata sul piano tattico, ma esposta sul piano strategico. È una differenza sottile, ma decisiva.
Gli Ansar Allah hanno già tentato più volte di prendere Marib, fallendo nel 2021 a prezzo di perdite enormi. Oggi il contesto è diverso. Il fronte avversario è diviso, l’Arabia Saudita appare più prudente, e il Sud non è più un alleato affidabile del governo centrale.
Per Sana’a, Marib è una tentazione strategica: cadendo la provincia, cadrebbe l’ultima illusione di uno Yemen unitario guidato dal PLC. E cadrebbe soprattutto il controllo delle risorse energetiche rimaste al governo.
Qui emerge la frattura regionale. L’Arabia Saudita continua a puntare, almeno formalmente, sull’unità yemenita come cornice negoziale con gli Houthi. Gli Emirati, al contrario, sembrano aver scommesso su un Sud forte, autonomo e stabile, anche a costo di sacrificare l’architettura statale yemenita.
Marib diventa così il punto di collisione tra due strategie incompatibili: contenere gli Houthi attraverso un compromesso nazionale o ridisegnare lo Yemen su base regionale, accettandone la frammentazione.
La crisi di Marib segnala qualcosa di più profondo. Non è solo una battaglia territoriale, ma il sintomo di uno Stato che non riesce più a tenere insieme le sue parti. La tregua informale del dopoguerra 2022 è ormai logorata. I negoziati sono congelati. Le linee del conflitto si moltiplicano.
In questo quadro, Marib non è ancora caduta. Ma è diventata il barometro del futuro yemenita. Se resiste, resta uno spazio – fragile – per una soluzione politica unitaria. Se cede, lo Yemen entrerà definitivamente in una fase nuova: non più una guerra civile classica, ma una competizione permanente tra entità rivali, protette e sostenute da potenze regionali.
Ed è proprio questo lo scenario che rende Marib, oggi, molto più vulnerabile di quanto suggeriscano le mappe militari.




