di Giuseppe Gagliano

L’accusa del governo yemenita contro gli Emirati Arabi Uniti di gestire una prigione segreta nei pressi della base aerea di Riyan, vicino a Mukalla fotografa una frattura che, nel campo arabo in Yemen, non si riesce più a coprire con le formule diplomatiche: Arabia Saudita ed Emirati, per anni compagni di coalizione, oggi si muovono come concorrenti.

Anche la cornice è significativa: l’accusa viene rilanciata durante un raro viaggio stampa organizzato da Riad, con giornalisti portati direttamente sul luogo. È la messa in scena di un messaggio politico: “guardate dove siamo arrivati” e, sottinteso, “guardate chi ha oltrepassato la linea”.

Il governatore dell’Hadramout, Salem al-Khanbashi, promette misure contro Abu Dhabi e contro il Consiglio di Transizione del Sud, storico alleato emiratino. La replica degli Emirati è secca: si parla di “fabbricazioni deliberate” e “disinformazione”, e si sostiene che le strutture indicate sarebbero normali alloggi e sale operative, anche sotterranee, tipiche di installazioni militari. Inoltre Abu Dhabi ribadisce un punto politico cruciale: il ritiro ufficiale dal Yemen annunciato a dicembre 2025.

In questa guerra di versioni ciascuno difende un pezzo della propria credibilità. Per gli Emirati ammettere zone grigie dopo il ritiro sarebbe una smentita strategica. Per il fronte vicino a Riad, rilanciare l’accusa serve a delegittimare reti e apparati costruiti dagli emiratini nel Sud e a ricompattare l’idea di un’autorità centrale.

Hadramout e Mukalla non sono periferia: sono costa, porti, rotte, profondità strategica. Quando a dicembre le forze del Consiglio di Transizione del Sud sono state spinte fuori dalla provincia, non è stato solo un arretramento militare. È stato un cambio di fase. E l’attacco saudita a quello che Riad ha definito un invio di armi e attrezzature destinato ai separatisti nel porto di Mukalla ha segnato un passaggio ulteriore: dall’ambiguità alla sfida.

Valutazione strategico-militare: l’obiettivo saudita appare quello di riprendersi il controllo del dispositivo nel Sud, cancellando o ridimensionando l’eredità emiratina. In questo quadro, la storia della “prigione segreta” funziona come un grimaldello: non solo per colpire l’immagine di Abu Dhabi, ma per giustificare misure più dure sul terreno e nella diplomazia.

Per anni il Consiglio di Transizione del Sud è stato la leva emiratina per controllare coste e punti sensibili. Oggi diventa un problema. La fuga del suo leader Aidarous al-Zubaidi e la dissoluzione di fatto del movimento, dopo settimane di scontri, dicono una cosa semplice: quel potere non era autosufficiente, viveva anche di protezione esterna. Quando la protezione si indebolisce o cambia segno, la struttura crolla.

Le dichiarazioni sulla tutela dei diritti umani e sulla cooperazione con organismi internazionali sono parte della difesa politica del gruppo. Ma non cambiano la dinamica: il Consiglio, oggi, non è più il perno obbligato del Sud.

Tutto questo si innesta nella guerra iniziata nel 2014, quando gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno preso Sanaa e costretto il governo riconosciuto internazionalmente alla fuga. Da allora il conflitto è diventato un intreccio di fratture tribali, settarie, territoriali e di interferenze regionali. E più il fronte anti-houthi si frammenta, più il Yemen diventa un’arena dove le potenze “amiche” si contendono influenza sotto il linguaggio della stabilizzazione.

Analisi geopolitica: l’episodio delle “prigioni segrete” racconta soprattutto che il fronte anti-houthi non è più un blocco. Quando la minaccia comune non basta a tenere insieme interessi divergenti, emergono le competizioni vere: porti, coste, milizie, accesso alle rotte, controllo delle istituzioni locali.

Il sospetto di prigioni segrete non è nuovo, perché accuse simili erano circolate anche in passato. Ma oggi cambia il contesto: gli Emirati rivendicano di essersi ritirati, mentre sul terreno si ridisegna il potere nel Sud. E allora l’accusa diventa uno strumento più affilato: non serve solo a denunciare, serve a riposizionare.

Il punto, alla fine, non è soltanto stabilire se una prigione esista o no. Il punto è che la relazione tra Arabia Saudita ed Emirati, in Yemen, è entrata in una fase di concorrenza aperta. E in queste fasi la verità fattuale spesso conta meno della verità utile: quella che permette di spostare uomini, legittimità e confini del possibile.