di Giuseppe Gagliano

Il 18 ottobre le forze degli Houthi hanno fatto irruzione in una struttura delle Nazioni Unite a Sanaa, detenendo 20 dipendenti, tra cui 15 lavoratori internazionali. È il secondo raid in 24 ore e rappresenta un salto di qualità nella campagna del gruppo contro organizzazioni umanitarie e agenzie internazionali presenti nelle aree sotto il loro controllo. Gli Houthi controllano Sanaa, la città portuale di Hodeida e la provincia di Saada.

Il personale detenuto appartiene ad agenzie cruciali come il Programma Alimentare Mondiale, UNICEF e Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Gli Houthi hanno sequestrato attrezzature di comunicazione e server, accusando i lavoratori di spionaggio per conto di Stati Uniti e Israele, accuse definite “pericolose e inaccettabili” dal portavoce del Segretario generale Stéphane Dujarric.

Non si tratta di un episodio isolato. Dal 31 agosto, almeno 21 membri del personale Onu e 23 dipendenti di ONG internazionali sono stati arrestati. A inizio anno un dipendente del WFP è morto in detenzione a Saada. A febbraio, le Nazioni Unite avevano già sospeso le operazioni in quella provincia, trasferendo il coordinamento umanitario a Aden, sede del governo riconosciuto a livello internazionale.

Questa escalation mostra come il movimento Houthi, rafforzatosi militarmente e politicamente durante la lunga guerra civile, stia adottando una strategia di pressione diretta contro la presenza internazionale, utilizzando la leva della sicurezza e dell’accesso umanitario per consolidare il controllo del territorio.

Dopo oltre un decennio di conflitto, lo Yemen è uno dei peggiori disastri umanitari al mondo. Più di 150mila persone sono morte e l’80% della popolazione dipende dagli aiuti per sopravvivere. Tre milioni di persone sono sfollate. In questo contesto, colpire la rete umanitaria equivale a colpire le linee vitali della sopravvivenza civile.

Gli Houthi usano queste azioni per negoziare da una posizione di forza con l’ONU e i suoi partner, cercando di ottenere legittimità politica de facto e ridurre la capacità di controllo internazionale sulle aree sotto la loro influenza.

La campagna contro le agenzie umanitarie non è solo un fatto interno: destabilizza gli equilibri già fragili nella Penisola Arabica. L’ONU rappresenta uno dei pochi canali di mediazione tra le parti in conflitto, e la sua marginalizzazione rischia di compromettere ogni sforzo di negoziato.

La situazione si inserisce in una regione già tesa, con rivalità tra Arabia Saudita e Iran, la riapertura di alcuni canali diplomatici e un equilibrio instabile tra cessate il fuoco locali e minacce di nuove offensive. Se l’ONU perderà la capacità di operare liberamente nello Yemen, la crisi umanitaria potrebbe peggiorare drasticamente e ridurre anche lo spazio per eventuali accordi di pace.

Le detenzioni e le accuse di spionaggio servono agli Houthi anche come messaggio politico verso la comunità internazionale: controllano il territorio, possono decidere chi opera e in quali condizioni. Ma questa strategia rischia di spingere sempre più agenzie a ridurre o sospendere le loro attività, aggravando la sofferenza di milioni di persone.

Il conflitto yemenita entra così in una fase ancora più complessa: la guerra non si combatte più solo con armi e droni, ma anche col controllo dell’accesso umanitario, trasformando l’aiuto internazionale in un campo di battaglia politico.