di Giuseppe Gagliano –
Nella notte tra il 27 e il 28 maggio, le Forze di Difesa Israeliane hanno colpito l’aeroporto internazionale di Sanaa, capitale dello Yemen. Un’azione chirurgica, secondo la versione ufficiale israeliana, motivata dal lancio di due missili balistici da parte dei ribelli Houthi contro il territorio dello Stato ebraico. Ma al di là della reazione immediata, il raid rappresenta un nuovo tassello in una strategia ben più ampia: l’estensione del conflitto con Gaza a tutto l’“Asse della Resistenza”, con l’Iran nel mirino.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha usato mezzi termini: “Chiunque ci colpisce, verrà colpito. E gli Houthi sono solo il sintomo: la causa vera è l’Iran”. Parole che confermano una dottrina consolidata da Tel Aviv: ogni attacco, da qualunque parte provenga, è considerato parte di un’unica guerra multipla e simultanea.
Secondo le ricostruzioni di al-Masirah, emittente affiliata agli Houthi, i raid israeliani hanno colpito quattro volte la pista dell’aeroporto, distruggendo l’ultimo aereo civile operativo della compagnia Yemenia Airways. Il velivolo avrebbe dovuto trasportare pellegrini musulmani in Arabia Saudita per il Hajj. Il colpo ha un significato che va ben oltre il danno infrastrutturale: colpire un aeroporto civile, a pochi giorni dalla sua riattivazione dopo precedenti attacchi israeliani e statunitensi, rappresenta un messaggio di forza e dissuasione, ma anche una ferita alla fragile sovranità dello Yemen.
Il leader di Ansar Allah, Abdul-Malik al-Houthi, ha risposto accusando Israele di colpire obiettivi civili per spezzare la solidarietà verso Gaza. “Non importa la forza dell’aggressione, il nostro sostegno alla Palestina non vacillerà”, ha dichiarato, trasformando l’attacco in un argomento di propaganda regionale.
Il nuovo raid arriva a coronamento di una spirale crescente di provocazioni reciproche. Solo pochi giorni fa, il 19 maggio, gli Houthi avevano minacciato un blocco navale del porto israeliano di Haifa. Da novembre 2023, il gruppo sciita yemenita — alleato di Teheran — ha già colpito o tentato di colpire diverse navi commerciali nel Mar Rosso, generando l’intervento militare di USA e Regno Unito. Il 6 maggio, Washington aveva annunciato una fragile tregua con Ansar Allah, ma senza vincoli sulle operazioni contro Israele. Il gruppo continua a lanciare droni e missili verso lo Stato ebraico, proclamando di farlo in “solidarietà con Gaza”.
Con questo ennesimo attacco a Sanaa, Israele dichiara guerra non soltanto al fuoco diretto, ma alla minaccia ideologica e militare rappresentata dall’“Asse della Resistenza”. Hezbollah, Hamas e Houthi, diversi per contesto ma legati da un comune patrono iraniano, costituiscono un triangolo che Israele punta a spezzare colpendo uno dei suoi vertici più remoti.
L’aeroporto di Sanaa è da anni un’infrastruttura simbolo dell’isolamento yemenita, usato quasi esclusivamente per voli umanitari delle Nazioni Unite e collegamenti medici. Dopo anni di conflitto, con decine di migliaia di morti e una crisi umanitaria tra le peggiori al mondo, il raid israeliano si abbatte su una delle ultime vie di accesso al mondo esterno per una popolazione allo stremo. Yemenia Airways ha definito l’attacco “un atto terroristico codardo”.
Per Netanyahu però la guerra è questione di deterrenza e sopravvivenza. “Agiamo secondo una regola semplice”, ha detto. Ma la semplicità della regola contrasta con la complessità del contesto. Ogni azione israeliana accende nuovi focolai, mentre la solidarietà dichiarata con Gaza da parte degli Houthi, di Hezbollah e delle milizie irachene rischia di far degenerare il conflitto in una guerra regionale non dichiarata, ma già operativa su più fronti.
Lo Yemen, teatro secondario nel 2015, si sta trasformando in un laboratorio di proiezione militare israeliana e statunitense. L’Iran, dal canto suo, osserva e calibra. Non partecipa direttamente, ma influenza e guida. La strategia di Tel Aviv è quella di prevenire l’accerchiamento: colpire lontano per non dover difendersi in casa. Ma è una strategia che ha già mostrato tutti i suoi limiti in Libano, in Siria, e ora anche nello Yemen.
Il bombardamento su Sanaa è in fondo il riflesso di un paradigma bellico in cui la superiorità tecnologica non basta più a garantire la sicurezza. Il nemico si moltiplica, si muove in ombra, e si legittima sulla base della sofferenza palestinese. E mentre le capitali occidentali esprimono “preoccupazione”, lo spazio aereo del Medio Oriente si riempie di droni, caccia e missili.




