Yemen. Israele torna a bombardare gli Houthi

di Giuseppe Gagliano

Gli attacchi aerei israeliani contro Sanaa e al-Jawf segnano un salto qualitativo nella guerra a distanza tra Israele e i ribelli Houthi, alleati di Teheran. Non si tratta più di raid isolati: la morte del primo ministro Houthi Ahmed al-Rahawi e di nove ministri in un singolo attacco dimostra la volontà israeliana di colpire il cuore politico e militare del movimento. Questo modus operandi, già sperimentato contro Hamas e Hezbollah, mira a decapitare la leadership avversaria e costringere il nemico a negoziare da una posizione di debolezza.
Sul piano operativo, i raid hanno colpito campi di addestramento, depositi di carburante e centri di comando, ma anche redazioni di giornali, generando accuse di “attacchi contro civili” da parte degli Houthi. Israele vuole ridurre le capacità missilistiche e dronistiche del gruppo, responsabile dell’attacco all’aeroporto di Ramon. Questa campagna ricorda le operazioni di interdizione condotte nel Libano meridionale: colpire logistica, comando e comunicazione per impedire nuove offensive. Ma, come la storia insegna, l’efficacia di queste strategie dipende dalla continuità dell’azione e dalla capacità di impedire il rifornimento di armi attraverso l’Iran.
Il conflitto non riguarda solo Gaza o Sana’a: è una partita per il controllo del Mar Rosso e delle rotte energetiche. Gli Houthi, grazie al sostegno iraniano, hanno trasformato lo stretto di Bab el-Mandeb in una zona di rischio permanente per il traffico commerciale, colpendo navi e spingendo le potenze occidentali a rafforzare la presenza navale. Israele, che dipende dal porto di Eilat per parte delle sue importazioni energetiche, non può tollerare una minaccia permanente. Il riferimento del ministro della Difesa Israel Katz alle “dieci piaghe” ha un significato simbolico: trasmettere la determinazione a portare il conflitto fino alle estreme conseguenze.
La guerra nello Yemen è ormai un conflitto multilivello: Iran e Israele combattono a distanza, l’Arabia Saudita osserva con cautela dopo la fragile tregua con gli Houthi, e gli Stati Uniti temono che l’instabilità possa minacciare la sicurezza delle vie marittime globali. Se Israele riuscisse a infliggere perdite devastanti alla leadership Houthi, Teheran potrebbe reagire intensificando il sostegno ai suoi proxy in Libano, Siria e Iraq, aprendo un’escalation regionale. Al contrario, un fallimento israeliano rafforzerebbe il mito di resistenza Houthi e incoraggerebbe altri attori a replicare il modello di guerra ibrida.
L’impatto sul commercio marittimo resta significativo: ogni nuova ondata di attacchi genera aumenti nei costi assicurativi per le navi che transitano nel Mar Rosso, con ricadute sui prezzi del petrolio e dei beni importati. Gli Stati che dipendono dalle rotte indo-mediterranee, come l’Italia, si trovano esposti a una crisi energetica e logistica potenziale. Sul piano interno, Israele deve sostenere lo sforzo bellico senza compromettere la propria economia, già provata dal lungo conflitto a Gaza.
Se gli Houthi continueranno a colpire il territorio israeliano, Tel Aviv sarà spinta a una campagna prolungata, con il rischio di un coinvolgimento più diretto di USA e Arabia Saudita. La vera sfida sarà impedire che lo Yemen diventi per Israele ciò che il Libano meridionale è stato negli anni ’80: un pantano strategico dove la superiorità militare si scontra con l’impossibilità di una vittoria definitiva.