di Giuseppe Gagliano

Il rifiuto del Consiglio di Transizione Meridionale (STC) di rinunciare alle conquiste territoriali nel sud dello Yemen segna un punto di non ritorno nella crisi yemenita. Non è solo una questione di chilometri quadrati occupati, ma la manifestazione di una frattura strutturale che attraversa il campo formalmente opposto agli Houthi. La guerra oggi non si gioca più soltanto tra nord e sud o tra ribelli e governo riconosciuto, ma dentro la stessa architettura costruita negli ultimi anni per contenere l’avanzata dei ribelli sciiti.

L’offensiva dell’STC in Hadramawt e al-Mahra non nasce da un incidente locale. È il risultato di una strategia coerente, perseguita dal 2017, che mira a ricostruire uno Yemen del Sud autonomo, se non formalmente indipendente. La presa di Seiyun e soprattutto il controllo degli impianti di PetroMasila trasformano l’STC da attore politico-militare a soggetto economico centrale. Controllare l’80 per cento delle risorse petrolifere yemenite significa dotarsi di una leva decisiva, non solo contro il governo di Aden, ma anche nei confronti dei sponsor regionali.

La risposta negativa alle proposte di ritiro avanzate da sauditi ed emiratini indica che l’STC considera ormai consolidata la propria posizione. Ritirarsi ora equivarrebbe a rinunciare al principale dividendo strategico ottenuto sul campo: territorio, risorse e legittimità di fatto.

L’avanzata dei separatisti mette a nudo il paradosso centrale dello Yemen post-2022. Il Consiglio presidenziale di Transizione, creato per unificare il fronte anti-Houthi, è in realtà una struttura fragile, tenuta insieme più da equilibri esterni che da una visione politica condivisa. Tre membri su otto appartengono all’STC e rispondono in larga misura ad Abu Dhabi, mentre la maggioranza è sostenuta da Riyad. Questa coabitazione forzata funziona finché le linee del fronte restano congelate. Quando si apre uno spazio di manovra, le divergenze esplodono.

L’Arabia Saudita punta a preservare l’unità formale dello Yemen, come cornice indispensabile per una futura intesa con gli Houthi. Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno investito nel Sud come spazio di influenza autonoma, legata al controllo dei porti, delle rotte marittime e delle risorse energetiche. L’STC è lo strumento di questa strategia.

Il tempismo dell’offensiva non è casuale. Il 2025 è stato un anno di forte deterioramento economico, con inflazione, blocco delle esportazioni e taglio degli aiuti internazionali. Le proteste estive nelle aree controllate dall’STC hanno mostrato che il consenso popolare non è scontato. La conquista di Hadramawt consente ai separatisti di spostare il conflitto dal piano sociale a quello strategico, offrendo risorse e nuove prospettive di potere alle proprie reti locali.

In questo senso l’avanzata è anche una mossa preventiva. Consolidare il controllo ora significa presentarsi da una posizione di forza in qualsiasi futura trattativa, sia interna sia regionale.

La frammentazione del fronte anti-Houthi apre spazi pericolosi. Se il governo riconosciuto perde ulteriore terreno e legittimità, gli Houthi potrebbero tentare una nuova offensiva su Marib, snodo energetico e simbolico. La conquista della provincia rafforzerebbe in modo decisivo la loro autonomia finanziaria, sommando le entrate del petrolio e del gas a quelle già ottenute dai porti del Mar Rosso.

Uno scenario del genere allargherebbe il conflitto e costringerebbe le potenze regionali a ricalibrare il proprio coinvolgimento. Per Riyad, sarebbe un fallimento strategico. Per Abu Dhabi, un rischio calcolato, ma non privo di conseguenze.

La crisi attuale mostra che l’unità yemenita è ormai più una formula diplomatica che una realtà politica. Il Sud agisce come entità autonoma, il Nord resta saldamente nelle mani degli Houthi, mentre il centro istituzionale si svuota. In questo quadro, parlare di processo di pace senza affrontare la questione della frammentazione interna rischia di essere un esercizio retorico.

L’STC non sta semplicemente difendendo conquiste territoriali. Sta cercando di rendere irreversibile una nuova geografia del potere. E questo rende lo Yemen non più solo un conflitto congelato, ma un laboratorio instabile in cui le alleanze regionali si ridefiniscono sul terreno, a colpi di opportunismo e controllo delle risorse.