di Giuseppe Gagliano –
Nel sud-est dello Yemen si torna a vedere una bandiera che, per molti, apparteneva ormai ai libri di storia: quella dello Yemen del Sud. Le forze allineate al Consiglio di transizione meridionale, sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, l’hanno issata su edifici pubblici, strade e perfino sul valico di Shahn, al confine con l’Oman. È un gesto politico, simbolico e territoriale, che racconta molto più di una semplice manovra militare. Parla di un progetto che riemerge da anni: la separazione dello Yemen e la rinascita di uno Stato meridionale indipendente.
L’operazione “Il futuro promettente”, lanciata dall’STC ad Hadramaut, ha cambiato la mappa del conflitto. La presa di Seiyun, del palazzo presidenziale, dell’aeroporto e, in poche ore, di tutta la regione, mostra una realtà che molti attori regionali conoscono bene: nel vuoto creato dalla guerra yemenita, si muove una competizione strategica tra Emirati e Arabia Saudita per il controllo dei territori più ricchi e dei loro corridoi energetici.
Hadramaut è il cuore economico di questo conflitto sotterraneo. Un terzo dello Yemen, l’80% delle sue riserve petrolifere, una struttura tribale complessa e frammentata. Quando lo sceicco Amr bin Habrish, figura sostenuta da Riad, ha tentato di bloccare l’avanzata dell’STC prendendo il controllo di PetroMasila, la più grande compagnia nazionale, era evidente che la posta non era solo territoriale. Ma nel giro di ore, le Forze d’élite hadramite hanno ribaltato la situazione. Habrish è fuggito, i suoi uomini sono stati disarmati o detenuti. La competizione tra le due monarchie del Golfo è rientrata, almeno per ora, sotto la gestione di Abu Dhabi.
La fragile tregua tra sauditi ed emiratini in Yemen, fatta di accordi non detti e di rivalità mai sopite, si è vista tutta: la paura di uno scontro diretto ha convinto le tribù allineate a Riad a ritirarsi, mentre l’STC consolidava la propria presa.
Il ritorno pubblico della bandiera meridionale è il vero segnale politico della settimana. Non si tratta di un eccesso di entusiasmo. È il messaggio di un movimento che vuole mostrarsi non come una milizia, ma come un proto-Stato dotato di simboli, confini, alleati e una visione di lungo periodo. Il funzionario dell’STC Amr al-Bidh è stato chiaro: l’indipendenza non verrà imposta, ma la “volontà del popolo” indica la strada. In altre parole, la secessione è già pensata come un processo inevitabile, non più come una possibilità remota.
Questo scenario non è una novità per chi segue la guerra yemenita. Da anni l’STC, con il sostegno militare ed economico degli Emirati, ha costruito un sistema di sicurezza parallelo ad Aden. La novità è che ora controlla le vie di rifornimento, le rotte logistiche e le linee di comunicazione che collegano il Sud al resto del Paese. Un potere di fatto.
Le immagini circolate sui social non lasciano spazio ai dubbi: l’STC combatte con equipaggiamento avanzato fornito dagli Emirati Arabi Uniti, dagli obici cinesi AH-4 ai veicoli blindati di produzione emiratina. È l’ennesima prova della proiezione di potenza di Abu Dhabi nel Mar Arabico e nel Corno d’Africa, dove costruisce da anni una rete di porti, basi militari e alleanze con gruppi locali. Lo Yemen del Sud, da questa prospettiva, non è solo un alleato: è un asset strategico.
La narrativa ufficiale dell’STC, che definisce Hadramaut un “rifugio del terrorismo”, rivela un’altra dimensione importante. Collocare le operazioni militari sotto il segno dell’antiterrorismo serve a ottenere legittimità regionale e internazionale. E consente agli Emirati di giustificare la propria presenza sul terreno come una missione di stabilizzazione e non come un intervento geopolitico.
La guerra civile yemenita aveva già diviso il Paese tra Houthi a Nord e governo riconosciuto a Sud. Ora sembra prepararsi una nuova frattura: quella tra il Sud controllato dall’STC e le strutture residue del Consiglio di leadership presidenziale, sempre più marginalizzato.
La “questione meridionale”, se non affrontata, rischia di diventare irreversibile. E mentre i sauditi cercano un uscita diplomatica dal conflitto con gli Houthi, gli Emirati costruiscono sul terreno un progetto politico alternativo: uno Yemen del Sud autonomo, se non addirittura indipendente, fedele ad Abu Dhabi e strategicamente collocato sulle rotte del commercio marittimo.
Lo Yemen si sta rimpicciolendo. E questa volta non è la guerra a spezzarlo. È la geopolitica




