di Giuseppe Gagliano –
Il conflitto in Yemen, in corso dal 2014, continua a essere un teatro complesso di interessi regionali e tensioni interne che amplificano la crisi umanitaria e destabilizzano il Paese. Il recente annuncio del primo ministro yemenita, Ahmed Awad bin Mubarak, su una nuova alleanza politica rappresenta un tentativo di contrastare il dominio dei ribelli sciiti Houthi, che dal 2014 hanno consolidato il controllo su ampie aree del Paese, compresa la capitale Sanaa. Questo nuovo movimento, lanciato ad Aden il 5 novembre 2024, mira a ripristinare l’autorità del governo legittimo, sostenendo un modello repubblicano e federale. Secondo Mubarak, il conflitto ha ormai assunto una dimensione economica, con gli Houthi che utilizzano la guerra economica come strategia per minare il governo riconosciuto a livello internazionale. Il blocco delle esportazioni di petrolio imposto dai ribelli ha gravemente compromesso le finanze pubbliche, aumentando la povertà, la disoccupazione e l’inflazione, e portando al collasso dei servizi essenziali. Sul piano militare, gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro le navi mercantili nel Mar Rosso, particolarmente dopo lo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas nell’ottobre 2023. L’obiettivo dichiarato degli Houthi è colpire le navi occidentali per fare pressione su Israele e i suoi alleati, spingendo per un’interruzione delle operazioni militari a Gaza. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che comprende vari Paesi come Francia, Italia e Regno Unito, ha cercato di contrastare queste minacce, ma la capacità degli Houthi di colpire in modo efficace dimostra la resilienza e l’adattamento della loro strategia militare. La posizione degli Houthi è chiaramente orientata a ottenere un vantaggio geopolitico nella regione, facendo leva sul conflitto israelo-palestinese per guadagnare sostegno tra i Paesi arabi e rafforzare le proprie alleanze con attori regionali come l’Iran. Sayyed Abdul-Malik Badreddin al-Houthi, leader del movimento, ha ribadito che le elezioni presidenziali statunitensi non influenzeranno la loro determinazione a opporsi a ciò che percepiscono come un’aggressione occidentale nella regione. La crisi in Yemen non è solo una questione di potere politico, ma un riflesso delle più ampie dinamiche geopolitiche che coinvolgono attori come Stati Uniti, Iran e le monarchie del Golfo, il cui intervento diretto o indiretto ha finora impedito una risoluzione pacifica.




