di Giuseppe Gagliano –

Lo Yemen rischia di precipitare nuovamente nella guerra aperta dopo gli attacchi con missili balistici e velivoli senza pilota contro Marib, che hanno provocato vittime nei campi profughi e nei quartieri residenziali. Le operazioni degli Houthi segnano un ulteriore deterioramento della fragile tregua instaurata nel 2022, che aveva contenuto gli scontri con le forze del governo riconosciuto internazionalmente senza risolvere le cause del conflitto.

Marib rappresenta uno dei principali obiettivi strategici. La provincia ospita risorse petrolifere e gassose, infrastrutture energetiche e uno dei maggiori centri di potere rimasti fuori dal controllo di Sana’a. Conquistarla, oppure comprometterne le capacità militari ed economiche, consentirebbe agli Houthi di consolidare il controllo sullo Yemen settentrionale e indebolire ulteriormente la posizione negoziale del governo.

Gli attacchi contro il campo militare di Sahn al Jinn e le postazioni nelle province di Marib e Hadramawt indicano un’operazione più ampia di una semplice rappresaglia. Missili e velivoli senza pilota vengono utilizzati per colpire depositi, mezzi, comandi e concentrazioni di truppe. La morte di almeno trenta soldati governativi evidenzia inoltre la vulnerabilità delle forze sostenute dall’Arabia Saudita.

Alla pressione terrestre si aggiunge quella sul Mar Rosso. Il lancio di missili dalla zona di Al Hawban e la proclamazione di un blocco navale contro l’Arabia Saudita collegano direttamente il conflitto interno yemenita alla competizione regionale e alla sicurezza delle rotte commerciali attraverso Bab el Mandeb.

Gli Houthi non dispongono di una marina capace di imporre un blocco tradizionale, ma possono mantenere una minaccia credibile attraverso missili antinave, mine, imbarcazioni esplosive e altri sistemi. Anche senza affondare numerose unità, l’aumento del rischio può spingere le compagnie di navigazione ad accrescere i costi assicurativi oppure a deviare le rotte attorno all’Africa, con conseguenze sul traffico tra Asia, Mediterraneo ed Europa.

L’Arabia Saudita si trova così davanti a un difficile dilemma. Una nuova offensiva terrestre potrebbe trasformarsi in un conflitto lungo e costoso. Le operazioni iniziate nel 2015 hanno già dimostrato che la superiorità tecnologica e aerea saudita non garantisce il controllo del territorio yemenita, dove rilievi, vallate, centri urbani e reti tribali favoriscono le forze locali.

Gli Houthi dispongono inoltre di capacità missilistiche e operative superiori rispetto all’inizio della guerra e potrebbero colpire aeroporti, porti, impianti petroliferi, centrali elettriche e infrastrutture all’interno dell’Arabia Saudita. Anche l’inazione presenta però dei rischi. Un indebolimento definitivo delle forze governative a Marib ridurrebbe la profondità strategica saudita lungo il confine meridionale e consoliderebbe un potere ostile affacciato sul Mar Rosso.

Le accuse di coordinamento tra Houthi, milizie irachene e Guardie rivoluzionarie iraniane riflettono la crescente regionalizzazione del conflitto. Teheran può fornire tecnologia, informazioni e sostegno politico, ma il movimento yemenita conserva una propria base sociale, interessi territoriali autonomi e un confronto diretto con Riad.

Una ripresa della guerra avrebbe conseguenze economiche anche fuori dallo Yemen. L’instabilità nel Mar Rosso aumenterebbe tempi di navigazione, consumi di carburante, assicurazioni e costi di trasporto, con possibili ripercussioni sui prezzi dell’energia, dei prodotti industriali e dei generi alimentari.

Per l’Arabia Saudita è in gioco anche la sicurezza del proprio programma di trasformazione economica. Investimenti, turismo e grandi infrastrutture richiedono stabilità, mentre la possibilità di nuovi attacchi contro impianti energetici e centri urbani aumenta il rischio per operatori e mercati.

Marib possiede inoltre un importante valore economico. Il controllo delle sue risorse energetiche potrebbe aumentare le entrate degli Houthi, ridurne la dipendenza dal sostegno esterno e rafforzarne la posizione come principale forza politica e militare dello Yemen settentrionale.

La tregua avviata nell’aprile 2022 non aveva risolto le principali questioni del conflitto, dalla divisione territoriale al pagamento degli stipendi, dal controllo dei porti alla distribuzione delle entrate e alla struttura del futuro Stato. La relativa calma ha consentito alle parti di riorganizzare le proprie forze senza raggiungere un accordo politico definitivo.

Il rischio è ora che Marib, Hadramawt e il Mar Rosso diventino fronti della stessa guerra, trasformando la ripresa del conflitto civile yemenita in uno scontro più ampio nel quale convergono la rivalità regionale e la competizione per il controllo delle rotte marittime. Lo Yemen tornerebbe così a rappresentare uno dei principali punti di instabilità dell’intero Medio Oriente.