Yemen. Raid israeliano uccide il capo di stato maggiore degli Houthi

di Giuseppe Gagliano

Un raid israeliano ha ucciso il capo di Stato maggiore degli Houthi, Mohammed Abdulkarim al-Ghamari, a pochi giorni dall’entrata in vigore del cessate-il-fuoco con Hamas. È un segnale preciso: Tel Aviv intende mantenere una strategia attiva contro tutte le forze che considera parte dell’“arco di pressione” sostenuto da Teheran.
Gli Houthi, noti ufficialmente come Ansar Allah, non sono una pedina isolata. Da due anni conducono attacchi contro Israele, colpendo navi mercantili e obiettivi terrestri con droni e missili a medio raggio. Le operazioni nel Mar Rosso hanno avuto l’effetto di allargare il conflitto oltre Gaza, coinvolgendo rotte commerciali strategiche e obbligando Washington a organizzare una coalizione navale internazionale. Con oltre 750 operazioni e più di 1.800 munizioni impiegate, il gruppo yemenita ha cercato di proiettare una capacità di interdizione marittima che, seppur limitata sul piano militare, ha avuto un impatto politico e psicologico di rilievo.
L’uccisione di al-Ghamari non è solo un colpo tattico. È un messaggio strategico: Israele mostra di poter colpire i vertici delle forze proxy iraniane ovunque. Dopo aver eliminato dirigenti di Hamas e miliziani filo-iraniani in Siria e Libano, Tel Aviv estende la proiezione militare allo Yemen, confermando una strategia di deterrenza multilivello. Gli Houthi, da parte loro, hanno subito annunciato vendetta e ribadito la loro intenzione di sostenere Gaza, mostrando che la guerra non si limita più alla Striscia, ma si sviluppa su fronti multipli, asimmetrici e difficili da contenere diplomaticamente.
L’operazione israeliana rischia di avere effetti domino nella regione. Gli Houthi sono parte integrante della rete di influenza di Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica iraniane, che vede operare milizie e alleati in Siria, Libano, Iraq e Yemen. Un’escalation in questo quadrante potrebbe riaccendere la pressione sulle rotte commerciali e spingere Teheran a rispondere indirettamente, alimentando nuove crisi in Medio Oriente. Gli Stati Uniti, che avevano cercato di consolidare il cessate il fuoco a Gaza, si trovano ora di fronte al rischio di una destabilizzazione parallela nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
Non va dimenticato che il Mar Rosso è una delle principali vie di transito del commercio energetico mondiale. Ogni attacco o tensione in quest’area influisce immediatamente sui costi di assicurazione marittima, sui tempi di navigazione e sulla sicurezza delle rotte globali. L’offensiva degli Houthi, e la risposta israeliana, hanno già provocato rialzi nei costi logistici e un rafforzamento della presenza navale occidentale. Questo intreccio tra guerra asimmetrica e logistica globale rende la crisi yemenita non un fronte secondario, ma un nodo strategico del conflitto regionale.
L’uccisione di al-Ghamari mostra come la guerra israelo-palestinese si stia trasformando in un conflitto a bassa intensità diffuso su più aree geografiche. Gaza resta l’epicentro, ma il campo di battaglia si estende dal Levante al Golfo di Aden, coinvolgendo potenze regionali e attori globali. In questo quadro, la deterrenza israeliana e la resilienza delle reti filo-iraniane si fronteggiano in una guerra lunga, frammentata e strategicamente difficile da disinnescare.