di Guido Keller –

I caccia sauditi sono tornati oggi a colpire gli Houthi dello Yemen, bombardando l’aeroporto internazionale di Sanaa. Un comunicato emesso dal governo riconosciuto dalla comunità internazionale, che ha sede ad Aden, ha invece parlato di un attacco mosso dalle forze regolari yemenite per rendere inutilizzabile la pista e impedire l’atterraggio di un aereo civile proveniente dall’Iran. Il presidente del Consiglio presidenziale yemenita (riconosciuto), Rashad al-Alimi, ha tuttavia affermato di non voler alimentare un’escalation militare, annunciando la convocazione di una riunione d’emergenza per valutare la situazione.

La risposta degli Houthi è stata immediata. I ribelli hanno sequestrato un aereo del Comitato internazionale della Croce Rossa fermo nello scalo di Sanaa, trattenendo il pilota e il copilota. L’episodio ha suscitato la preoccupazione delle Nazioni Unite. L’inviato speciale per lo Yemen, Hans Grundberg, ha espresso timore per una nuova escalation, invitando tutte le parti al dialogo e alla salvaguardia del personale umanitario. L’Onu ha ricordato che milioni di yemeniti dipendono dagli aiuti internazionali e che qualsiasi interruzione delle operazioni della Croce Rossa rischia di aggravare ulteriormente la crisi umanitaria.

Il golpe degli houthi, dietro al quale vi sarebbe l’Iran, è arrivato nel 2015 dopo che per mesi avevano chiesto invano alcuni riconoscimenti come l’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal di Hajja e dei governatorati di al-Jaw.

Gli Houthi controllano quasi tutta la parte occidentale dello Yemen compresi la capitale Sanaa, la città portuale di Hodeida e diversi impianti petroliferi, mentre i lealisti tengono Aden la parte centro-orientale, con alcune zone controllate da al-Qaeda.

Il governo riconosciuto dalla comunità internazionale ha per presidente del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi e per mrimo ministro Shaya al-Zindani; il governo Houthi ha per presidente del Consiglio politico supremo Mahdi al-Mashat e per primo ministro Mihammad Ahmded Miftan.