Yves Lacoste, l’uomo che rimise il territorio al centro della storia

Fu il grande rifondatore della geopolitica francese.

di Giuseppe Gagliano

La scomparsa di Yves Lacoste, morto sabato 20 giugno 2026 a Bourg-la-Reine, circondato dai figli, all’età di 96 anni, chiude una stagione della cultura strategica francese. Lacoste apparteneva a quella rara famiglia di studiosi che non si limitano a fondare una disciplina, ma cambiano il modo in cui un Paese guarda il mondo. Nel suo caso il merito fu ancora più grande: restituì dignità alla geopolitica in una Francia che, dopo la seconda guerra mondiale, guardava quella parola con sospetto, quasi con ripugnanza, perché la associava alle ambizioni imperiali tedesche, alle carte del Reich, alla degenerazione ideologica della geopolitica nazista.
Lacoste fece l’operazione inversa: non cancellò il legame tra geografia e potere, lo rese visibile. Non finse che le carte fossero innocenti, dimostrò che non lo erano mai state. Non trasformò la geopolitica in una moda giornalistica, ma in un metodo: partire dai territori, dai confini, dalle rappresentazioni dello spazio, dalle risorse, dalle rotte, dai popoli e dalle rivalità che li attraversano. La sua grande intuizione fu semplice e feroce: gli uomini non combattono nel vuoto, bensì per controllare luoghi, accessi, alture, porti, fiumi, deserti, città, corridoi, giacimenti, stretti marittimi e memorie collettive.

Fès, Algeri, Parigi: la formazione di uno sguardo strategico.
Yves Lacoste nacque il 7 settembre 1929 a Fès, in Marocco. Il padre era un geologo impegnato in prospezioni per una compagnia petrolifera nei deserti marocchini. Questo dettaglio biografico non è marginale. Il giovane Lacoste imparò presto che una carta non è soltanto una rappresentazione della superficie terrestre, ma può essere un mezzo per cercare ricchezza, energia, dominio. Le piste, i rilievi, le risorse, i deserti, i giacimenti, le vie di accesso non erano per lui nozioni scolastiche. Erano la materia concreta del potere.
La “Mediterraneo” fu la sua prima scuola. Non il Mediterraneo turistico o letterario, ma quello delle due rive, delle dominazioni, delle colonizzazioni, delle fratture fra Europa e Nord Africa. Da bambino e poi da giovane studioso, Lacoste comprese che lo spazio non si divide secondo categorie astratte, ma secondo rapporti di forza. Il centro e la periferia non sono dati naturali: sono costruzioni storiche, politiche ed economiche.
Nel 1952, classificatosi primo all’aggregazione di geografia, avrebbe potuto scegliere una carriera tranquilla in Francia. Scelse invece il liceo Bugeaud di Algeri. Fu una decisione decisiva. L’Algeria coloniale gli mostrò la distanza tra il discorso repubblicano francese e la realtà della dominazione. Vide quartieri separati, gerarchie sociali, popolazioni divise, spazi organizzati secondo la logica del potere coloniale. Capì che la colonizzazione non era soltanto amministrazione, esercito o ideologia: era anche controllo dello spazio.
Ad Algeri incontrò Camille Lacoste-Dujardin, che sarebbe diventata sua moglie, etnologa e specialista dei Berberi. La loro vicenda personale fu anche un sodalizio intellettuale. Entrambi condividevano una convinzione: non si capiscono i popoli se non si capiscono i territori che abitano, le lingue che parlano, le memorie che portano, i conflitti che li attraversano. La geografia, per Lacoste, non fu mai una scienza fredda. Fu sempre una scienza dell’umano collocato nello spazio.

Il sottosviluppo come prima geoeconomia del potere.
Prima ancora di diventare il grande rifondatore della geopolitica francese, Lacoste fu uno specialista del sottosviluppo. Il suo volume sui Paesi sottosviluppati, pubblicato nel 1959 nella celebre collana enciclopedica francese, fu ristampato fino al 1989 e superò le centomila copie. Nel 1965 pubblicò Geografia del sottosviluppo, un lavoro che anticipava temi che sarebbero diventati centrali solo più tardi: dipendenza economica, rapporto Nord-Sud, gerarchie del sistema mondiale, subordinazione delle economie periferiche ai centri industriali.
Qui si vede già il Lacoste più importante. Egli comprese che la povertà non poteva essere spiegata soltanto con indicatori economici. Bisognava guardare alla posizione geografica, alla disponibilità di risorse, all’accesso al mare, alle infrastrutture, alle rotte commerciali, ai rapporti coloniali, alla capacità o incapacità degli Stati di controllare il proprio spazio. Il sottosviluppo, nella sua lettura, non era un ritardo neutro. Era il risultato di un ordine mondiale costruito sulla disuguaglianza territoriale.
Questa intuizione resta oggi fondamentale. Le grandi potenze non competono soltanto sui tassi di crescita, bensì sul controllo dei porti, dei corridoi energetici, dei cavi sottomarini, delle materie prime, delle terre rare, delle vie marittime, dei nodi logistici. La geografia economica è diventata una forma di guerra non dichiarata. Lacoste lo aveva capito quando molti pensavano ancora che la modernizzazione avrebbe cancellato lo spazio.

Il libro che spezzò il tabù.
Nel 1976 Lacoste pubblicò il libro che lo rese celebre: “La geografia serve prima di tutto a fare la guerra”. Il titolo fu una detonazione: in una Francia accademica che aveva preferito separare la geografia dalla potenza, dalla strategia e dalla guerra, Lacoste riportò alla luce una verità antica: da millenni gli Stati chiedono ai geografi di disegnare carte non per pura curiosità scientifica, ma per conquistare, difendere, amministrare, sorvegliare, tassare, sfruttare.
La geografia universitaria del dopoguerra aveva cercato di presentarsi come disciplina neutrale, quasi pacificata: rilievi, fiumi, regioni agricole, paesaggi, insediamenti. Lacoste ruppe questa illusione. Affermò che la neutralità apparente della geografia poteva diventare una mistificazione. Se una disciplina serve al potere, bisogna dirlo. Se una carta può guidare un esercito, una colonizzazione, un piano di bombardamento, una politica di insediamento o una strategia industriale, bisogna riconoscerlo. Nascondere la funzione strategica della geografia significa lasciarla nelle mani di chi la usa senza discuterla.
Il libro fu accolto con ostilità da una parte del mondo universitario. Ma fu letto con passione da studenti, giornalisti, diplomatici, ufficiali e analisti. Tutti coloro che avevano esperienza concreta del potere capirono subito la portata del messaggio. Lacoste non glorificava la guerra, la spiegava. Non militarizzava la geografia, la liberava dalla sua falsa innocenza.

Erodoto, la rivista che cambiò il vocabolario francese.
Sempre nel 1976 Lacoste fondò la rivista Erodoto. Anche il nome era un programma. Erodoto, padre della storia e primo grande descrittore dei popoli, dei territori, delle guerre, degli imperi e delle rotte, rappresentava per Lacoste il modello di una conoscenza capace di unire spazio, politica e conflitto.
Il primo sottotitolo della rivista, Strategie, geografie, ideologie, era una sfida diretta all’accademia. Nel 1982 Lacoste compì il passo decisivo: il sottotitolo divenne “Rivista di geografia e di geopolitica”. La parola proibita tornava così nel lessico intellettuale francese. Non più come eredità sospetta della geopolitica tedesca, ma come strumento di analisi dei rapporti di forza contemporanei.
La scelta fu rischiosa. Negli anni Ottanta, in Francia, parlare di geopolitica significava ancora esporsi all’accusa di riabilitare un linguaggio compromesso. Lacoste invece impose una distinzione essenziale: una cosa è l’uso ideologico e imperialista di una disciplina, altra cosa è il riconoscimento scientifico del rapporto tra spazio e potere. Senza questa distinzione, la Francia avrebbe continuato a privarsi di uno strumento indispensabile per capire il mondo.

La nazione contro le illusioni della mondializzazione.
Un altro tratto decisivo del pensiero di Lacoste fu la centralità della nazione. Nel 1998, mentre l’ambiente intellettuale europeo celebrava il superamento degli Stati nazionali, egli pubblicò Viva la nazione. Destino di un’idea geopolitica. Il libro non ebbe il successo che meritava, perché arrivò in un momento sbagliato: dopo la fine della guerra fredda, l’Europa voleva credere nella mondializzazione felice, nel governo globale, nell’economia senza frontiere, nella fine delle rivalità territoriali.
Lacoste non seguì quella moda. Per lui la nazione non era un residuo del passato, ma uno dei quadri fondamentali dell’identità collettiva, della solidarietà politica, della legittimità dello Stato e della capacità di un popolo di riconoscersi in un destino comune. Non difendeva la nazione come feticcio retorico, ma come realtà geopolitica. Una politica senza popolo, uno Stato senza identità condivisa, un’Europa senza radicamento territoriale rischiano di diventare costruzioni fragili, eleganti sulla carta ma deboli nella storia.
Oggi questa intuizione appare profetica. Le nazioni sono tornate. Le frontiere sono tornate. Gli imperi sono tornati. La guerra in Ucraina, la competizione fra Stati Uniti e Cina, il ritorno della potenza russa, le tensioni nel Golfo Persico, nel Mar Rosso, nell’Artico e nel Mar Cinese Meridionale dimostrano che il territorio non è mai uscito dalla storia. Era soltanto stato rimosso dal discorso dominante.

L’Istituto francese di geopolitica e la formazione di una scuola.
L’opera più duratura di Lacoste non è soltanto nei libri. È anche nelle istituzioni. Nel 2002, con Béatrice Giblin, sua allieva e figura centrale dell’ambiente intellettuale nato attorno a Erodoto e all’università di Vincennes, contribuì alla nascita dell’Istituto francese di geopolitica all’università Parigi VIII. In pochi anni l’istituto divenne uno dei principali luoghi di formazione della cultura geopolitica francese.
Il suo metodo era chiaro: non partire dalle formule astratte delle relazioni internazionali, ma dai territori concreti. Studiare le rappresentazioni che gli attori hanno dello spazio. Analizzare le rivalità a tutte le scale, dal quartiere alla regione, dallo Stato all’impero. Capire che un conflitto locale può contenere logiche globali e che una grande rivalità mondiale può manifestarsi in una città, in una valle, in un porto, in un confine apparentemente secondario.
In questo Lacoste fu profondamente innovatore. Contro una certa scienza politica disincarnata, riportò l’analisi al terreno. Contro un diritto internazionale spesso incapace di spiegare la violenza reale, rimise al centro potenza, sicurezza, controllo e percezione dello spazio.

La questione postcoloniale e le fratture francesi.
Uno dei capitoli più coraggiosi del suo lavoro riguarda la questione postcoloniale. Nel libro La questione postcoloniale, Lacoste affrontò senza retorica un tema che la Francia preferiva trattare con paura, senso di colpa o rimozione: le conseguenze territoriali della colonizzazione e dell’immigrazione, in particolare la concentrazione dei discendenti di immigrati algerini nelle periferie francesi, la crisi dell’identità nazionale, le tensioni tra memoria coloniale e promessa repubblicana.
Lacoste non scelse né la condanna moralistica né il negazionismo rassicurante. Fece il geografo, guardò le carte, le distribuzioni territoriali, le forme di segregazione, i rapporti simbolici con lo spazio urbano, le rivalità di appartenenza. Mostrò che anche una periferia può essere un luogo geopolitico, perché vi si scontrano memorie, identità, autorità, rappresentazioni dello Stato e sentimenti di esclusione.
Questa fu forse una delle sue lezioni più scomode. La geopolitica non riguarda soltanto grandi potenze, eserciti e confini internazionali, ma anche le fratture interne di una società, i territori abbandonati, le periferie, le comunità che si percepiscono come separate, le zone in cui lo Stato perde presenza e legittimità.

Scenari economici: rotte, risorse e vulnerabilità.
L’attualità conferma ogni giorno la forza del metodo lacostiano. La mondializzazione non ha eliminato la geografia, ma l’ha resa più importante e più vulnerabile. Le catene produttive dipendono da porti, stretti, canali, ferrovie, gasdotti, oleodotti, piattaforme energetiche, cavi sottomarini e miniere. Uno stretto bloccato può far salire i prezzi dell’energia, un gasdotto sabotato può modificare la politica industriale di un continente. Una guerra locale può interrompere approvvigionamenti alimentari globali, un porto controllato da una potenza rivale può diventare una leva diplomatica.
Il Canale di Suez, il Bab el-Mandeb, lo Stretto di Hormuz, il Bosforo, i Dardanelli, Malacca, Panama, l’Artico e il Mar Cinese Meridionale non sono semplici punti geografici. Sono interruttori dell’economia mondiale. Chi li controlla o li minaccia può esercitare pressione su interi sistemi produttivi. In questo senso la geoeconomia contemporanea conferma Lacoste: il mercato non vive sopra la politica, ma dentro lo spazio controllato dagli Stati e dalle potenze.
Anche la competizione per terre rare, litio, cobalto, uranio, gas, petrolio, acqua e grano è una lezione lacostiana. Le risorse non sono distribuite secondo criteri morali. Sono collocate in territori, spesso instabili, spesso contesi, spesso attraversati da influenze esterne. La ricchezza del XXI secolo non è immateriale come si è voluto credere. Anche il digitale ha bisogno di energia, metalli, cavi, centri di calcolo, satelliti e basi terrestri.

Valutazione strategica militare: ogni guerra comincia da una carta.
Dal punto di vista militare Lacoste resta essenziale. Ogni operazione strategica nasce da una lettura dello spazio. Alture, corsi d’acqua, ponti, strade, ferrovie, città fortificate, basi, depositi, linee di rifornimento, profondità operative: nulla di tutto questo è secondario. La guerra in Ucraina lo dimostra con brutalità: non si combatte per astrazioni, ma per città, nodi logistici, corridoi, accessi al mare, zone industriali, linee difensive, fiumi e altopiani.
La stessa cosa vale per il Medio Oriente: Israele, Libano, Siria, Gaza, Iran, Iraq e Golfo Persico sono incomprensibili senza una lettura territoriale: profondità strategica, confini non riconosciuti, corridoi terrestri, milizie radicate nello spazio, montagne, deserti, coste, porti, basi aeree, vie di rifornimento. La politica senza geografia diventa commento morale. La geografia senza politica diventa esercizio scolastico. Lacoste riunì ciò che non avrebbe mai dovuto essere separato.
Nel Mar Cinese Meridionale le isole artificiali non sono dettagli tecnici, bensì piattaforme di sovranità e controllo. Nell’Artico lo scioglimento dei ghiacci non è soltanto un problema climatico, in quanto apre rotte, accessi, giacimenti e nuove competizioni militari. Nei fondali oceanici, i cavi sottomarini sono infrastrutture civili ma anche bersagli strategici. Anche qui Lacoste aveva ragione: il territorio non è solo superficie. È profondità, accesso, percezione, dominio.

Valutazione geopolitica: il ritorno degli imperi e delle frontiere.
Il mondo che Lacoste ha lasciato nel 2026 assomiglia più alle sue analisi che alle illusioni degli anni Novanta. La guerra è tornata in Europa. La Russia ragiona in termini di profondità strategica, spazio imperiale e frontiere di sicurezza. La Cina costruisce la propria potenza attraverso mari, porti, corridoi terrestri, vie commerciali e proiezione navale. Gli Stati Uniti difendono una rete planetaria di basi, alleanze, rotte e piattaforme tecnologiche. L’Europa scopre di non poter essere potenza normativa se non sa anche pensarsi come spazio strategico.
La lezione di Lacoste è severa: chi non pensa il territorio, finisce per essere pensato dagli altri. Chi non controlla le proprie infrastrutture critiche, dipende da potenze esterne. Chi non difende le proprie rotte, subisce il ricatto di chi può interromperle. Chi crede che il diritto internazionale basti a proteggere i confini, dimentica che il diritto ha bisogno di potenza per essere rispettato.
Questo non significa celebrare la forza. Significa riconoscere che la forza esiste. Lacoste fu un realista, non un cinico. Proprio perché prendeva sul serio la guerra, sapeva quanto fosse necessario comprenderne le cause territoriali, simboliche, economiche e politiche.

Il cinquantenario di Erodoto e l’ultima conferma.
Nella primavera del 2026 Lacoste ebbe la soddisfazione di vedere celebrati i cinquant’anni della rivista Erodoto con un doppio numero di 304 pagine, fatto di omaggi, analisi e prospettive. Era la conferma di una vittoria intellettuale. Una rivista nata contro il conformismo accademico era diventata un punto di riferimento. Una parola un tempo sospetta, geopolitica, era diventata indispensabile per giornalisti, diplomatici, militari, studiosi e decisori pubblici.
Poche settimane dopo, Lacoste se ne andò. Discretamente, come aveva vissuto il suo lavoro, lontano dal teatro mediatico, fedele alle carte, ai terreni, ai conflitti reali. Non apparteneva alla categoria degli intellettuali che inseguono l’attualità. Apparteneva a quelli che costruiscono strumenti per leggerla.

La carta come destino politico.
Yves Lacoste ha lasciato una definizione della geopolitica che resta una delle più limpide: confronto di ragionamenti contrapposti, dichiarati o nascosti, che esprimono rivalità di potere su un territorio. In questa formula c’è tutta la sua opera. Il territorio non è mai solo territorio. È memoria, paura, ambizione, sicurezza, identità, ricchezza, accesso, potenza.
Le carte non dicono tutto, poiché possono mentire, deformare, servire propaganda e conquista. Ma senza carte non si capisce quasi nulla. Non si capisce perché uno stretto diventi decisivo, perché una città sia assediata, perché una minoranza si concentri in una regione, perché una potenza voglia un porto, perché un impero tema l’accerchiamento, perché una nazione difenda un confine, perché un’economia dipenda da una rotta.
Lacoste ha insegnato alla Francia e all’Europa che il mondo non è una conferenza permanente regolata da buone intenzioni. È uno spazio di rivalità, e per questo deve essere studiato con precisione, senza isteria e senza ingenuità. La sua grandezza sta qui: avere restituito alla geografia il suo carattere tragico, politico e strategico. Avere ricordato che la storia non cammina nell’aria. Cammina sempre su una terra contesa.