di Giuseppe Gagliano –

La protesta che ha infiammato le strade di Harare in questi giorni non è stata soltanto un’esplosione di malcontento, ma il sintomo di un disagio politico profondo, che attraversa lo Zimbabwe da anni e che ora torna ad affiorare con forza. L’arresto di almeno 95 persone, accusate di aver lanciato pietre contro la polizia e di aver temporaneamente bloccato una strada, è solo la parte visibile della tensione crescente tra una popolazione stremata e un potere che appare sempre più ossessionato dalla propria sopravvivenza.

Al centro dello scontro, la possibilità, mai smentita in modo credibile, che il presidente Emmerson Mnangagwa voglia prolungare il proprio mandato fino al 2030, nonostante la Costituzione limiti i termini presidenziali a due. È questa ipotesi, avanzata dal partito di governo Zanu-PF, che ha riacceso il malcontento popolare e mobilitato anche alcune figure storiche del movimento di liberazione, come Blessed Geza, veterano del partito e ora critico feroce del presidente. Geza non ha soltanto contestato Mnangagwa, ma ha indicato in maniera esplicita il vicepresidente Constantine Chiwenga come alternativa, segnalando una frattura ormai palese anche all’interno degli equilibri di potere della Zanu-PF.

Ma la politica dello Zimbabwe è una prigione a cielo aperto, dove il dissenso è tollerato solo entro i confini dell’irrilevanza. Il resto viene represso con la forza. Le immagini di Harare militarizzata, con scuole chiuse, trasporti fermi e pattuglie in assetto antisommossa, raccontano di un potere che non teme tanto la piazza, quanto la sua capacità di organizzarsi. Il governo minimizza l’impatto delle manifestazioni, affermando che la partecipazione è stata bassa e che i social media hanno amplificato una realtà minoritaria. Ma il silenzio delle strade, il blocco delle attività, lo sciopero diffuso, sono segnali inequivocabili di una protesta che ha scelto l’astensione più che la rivolta.

Politicamente, lo Zimbabwe si trova intrappolato in un limbo. Da un lato, il regime di Mnangagwa – nato nel 2017 da un colpo di Stato che ha spodestato Robert Mugabe – si presenta come erede legittimo della liberazione, ma nei fatti ripropone la stessa logica autoritaria, corrotta e clientelare. Dall’altro, l’opposizione fatica a strutturarsi, ostacolata da una repressione costante, da divisioni interne e da un sistema elettorale disegnato per garantire la vittoria del partito dominante. In questo vuoto, la figura di Geza emerge come catalizzatore di una frustrazione che non è soltanto politica, ma sociale e generazionale.

Il presidente ha 82 anni. La sua insistenza nel restare al potere è l’ennesima dimostrazione di un modello di leadership africana che rifiuta il ricambio, anche quando la Costituzione lo prevede. E dietro la retorica della stabilità, si nasconde un Paese lacerato dall’inflazione, dalla disoccupazione, dalla crisi dei servizi essenziali. Le parole del clero, che ha chiesto calma e sangue freddo per evitare un’escalation incontrollata, rivelano la fragilità strutturale di uno Stato che si regge sempre più sulla paura e sempre meno sul consenso.

Il vero interrogativo, ora, riguarda le prossime mosse. Mnangagwa proverà davvero a cambiare la Costituzione per restare in sella? Il partito accetterà il rischio di una frattura interna, pur di garantirgli un terzo mandato? Oppure prevarrà la logica dell’alternanza interna, con Chiwenga pronto a succedere in un passaggio di potere controllato? Quale che sia la risposta, una cosa è certa: lo Zimbabwe è entrato in una nuova fase di incertezza. E le piazze silenziose di Harare sono solo l’inizio.