di Giuseppe Gagliano –

La contesa per il controllo delle miniere d’oro del Badakhshan sta facendo emergere una delle più importanti fratture interne al potere talebano dalla riconquista dell’Afghanistan nel 2021. Al centro dello scontro vi sono il comandante tagiko Mullah Juma Khan Fateh e Haji Bashir Noorzai, figura storica del movimento e protagonista delle reti economiche che hanno sostenuto i Talebani durante gli anni della guerra.

Dietro la disputa non vi sono soltanto rivalità personali o questioni di comando, ma il controllo di una delle principali fonti di ricchezza del Paese. In un Afghanistan isolato, colpito dalle sanzioni e privo di un sistema economico pienamente funzionante, le miniere d’oro del Nord-Est rappresentano una risorsa strategica capace di finanziare milizie, garantire fedeltà locali e rafforzare il peso politico delle diverse fazioni.

Dopo il ritorno dei Talebani al potere, l’attività estrattiva nelle province di Badakhshan e Takhar si è intensificata rapidamente. Distretti come Shahr-e Buzurg, Shekay, Nusai, Darwaz e Raghistan sono diventati centri nevralgici di un’economia parallela nella quale l’oro viene estratto, tassato, protetto e commercializzato attraverso reti spesso esterne ai canali ufficiali.

Il ritorno in Afghanistan di Bashir Noorzai nel settembre 2022 ha modificato gli equilibri interni. Forte di relazioni tribali, capacità finanziarie e influenza politica, Noorzai rappresenta le storiche reti di potere del movimento talebano. Il suo coinvolgimento nella gestione delle risorse minerarie ha accentuato le tensioni con i comandanti locali del Nord, che rivendicano maggiore autonomia e una quota più consistente delle ricchezze prodotte sul territorio.

La vicenda evidenzia come il potere talebano sia tutt’altro che monolitico. La vittoria militare aveva temporaneamente unito anime diverse del movimento, ma con la fine della guerra contro il precedente governo e le forze occidentali stanno emergendo conflitti legati alla distribuzione delle rendite economiche e del potere territoriale.

Il Badakhshan assume un valore particolare anche per la sua posizione geografica. Provincia montuosa e periferica, confinante con l’Asia centrale, è caratterizzata da forti identità locali e da una presenza storica di comandanti regionali. In queste aree il controllo del territorio dipende non solo dall’autorità religiosa, ma anche dalla disponibilità di uomini armati e risorse finanziarie.

Il rischio, secondo diversi osservatori, non è quello di una ribellione contro l’emirato, ma di una crescente competizione interna tra fazioni per il controllo di miniere, vie di comunicazione e flussi economici. Una dinamica che potrebbe indebolire l’autorità centrale e favorire la nascita di veri e propri feudi locali.

Sul piano economico, l’oro rappresenta una delle poche fonti di liquidità immediatamente disponibili per il regime e per le sue diverse componenti. Tuttavia, questa ricchezza rischia di rafforzare sistemi di potere locali anziché contribuire alla costruzione di istituzioni statali efficienti. Se le entrate restano nelle mani dei comandanti, Kabul perde capacità di controllo; se vengono centralizzate con la forza, aumenta il rischio di tensioni e resistenze.

La posta in gioco supera inoltre i confini afghani. Cina, Pakistan, Iran, Russia e le repubbliche dell’Asia centrale osservano con attenzione gli sviluppi nel Badakhshan, consapevoli che eventuali instabilità potrebbero influenzare sicurezza regionale, traffici commerciali e progetti infrastrutturali.

La disputa tra Fateh e Noorzai diventa così il simbolo di una sfida più ampia: trasformare un movimento nato come guerriglia in un vero apparato statale. Le miniere del Badakhshan non rappresentano soltanto una fonte di ricchezza, ma il banco di prova della capacità dei Talebani di governare un Paese attraversato da rivalità etniche, interessi economici e ambizioni personali. Da come verrà gestita questa partita dipenderà in larga misura il futuro equilibrio dell’Afghanistan.