MOKHA — «Le forze armate sulla costa occidentale hanno pagato un prezzo alto — martiri e feriti — negli ultimi giorni, affrontando l’attacco houthi pianificato dall’Iran e da esso sostenuto». Con queste parole Tareq Saleh, vicepresidente del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale e nipote dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, ha ammesso giovedì quella che chiama una «ritirata strategica»: la perdita di Mokha, la città portuale sul Mar Rosso che le sue truppe difendevano da anni.

La conquista, riferita a Reuters da quattro fonti militari del governo yemenita, consegna ai ribelli Houthi, alleati dell’Iran, una leva enorme sullo stretto di Bab el-Mandeb, la «porta delle lacrime» che chiude a sud il Mar Rosso tra Yemen, Gibuti ed Eritrea: una delle rotte marittime più trafficate del mondo. I mercati hanno capito subito: il petrolio è salito sopra i 100 dollari al barile, dopo settimane vicino agli 80.

Per Saleh la caduta di Mokha è anche una ferita personale. Le sue Forze di resistenza nazionale nacquero sulla costa occidentale dopo la rottura con gli Houthi, che nel 2017 uccisero suo zio, l’ex presidente Ali Abdullah Saleh. E la città — antica capitale mondiale del commercio del caffè, fiorente tra Cinquecento e Settecento — dista appena 70 chilometri dal punto più stretto di Bab el-Mandeb.

L’avanzata non si ferma qui. I ribelli attaccano le isole strategiche di Hanish e Zuqar, rivendicano la città interna di Hays e la base di Khalid ibn al-Walid, la più grande della regione; una stima vicina al gruppo parla di oltre 6.000 chilometri quadrati conquistati. Le forze governative ripiegano verso Dhubab, che guarda direttamente lo stretto di fronte all’isola di Perim: il controllo di quel tratto di costa, dicono le fonti militari, è la vera chiave di Bab el-Mandeb.

La risposta saudita

Riad ha reagito con la sua arma migliore, l’aviazione: fino a 40 raid giovedì su obiettivi Houthi tra Taiz, Hodeidah, al-Jawf e Marib. Il portavoce militare dei ribelli ha contato 55 attacchi in dodici ore e promesso che «non resteranno senza risposta». Acled, l’organizzazione che censisce le vittime dei conflitti armati, stima 276 morti in soli cinque giorni: è l’ondata di combattimenti più grave dal cessate il fuoco mediato dall’Onu nell’aprile 2022.

La partita vera, però, si gioca oltre lo Yemen. Se gli Houthi completassero la conquista della costa, l’Iran e i suoi alleati si troverebbero a controllare i due colli di bottiglia sui lati opposti della penisola arabica, Bab el-Mandeb e Hormuz: un disastro strategico per Arabia Saudita e Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato dei ribelli è costringere Riad e Washington a un accordo che tolga il blocco americano alle petroliere iraniane. Mercoledì il presidente Donald Trump ha ammesso di non aspettarsi la fine della guerra con l’Iran prima delle elezioni di metà mandato di novembre.

Quanto comanda davvero Teheran? Il Pakistan avrebbe trasmesso agli iraniani un avvertimento saudita perché frenino gli Houthi; un alto funzionario della Repubblica islamica ha risposto che l’Iran non controlla il gruppo. Ma due fonti iraniane raccontano tutt’altro: istruzioni ad attaccare l’Arabia Saudita, con promesse di fondi, armi e coordinamento dei Guardiani della rivoluzione.

«Una riduzione delle ostilità appare improbabile a breve: entrambe le parti continuano a scalare», avverte l’analista di Acled per lo Yemen. I combattimenti, prevede, resteranno concentrati sulle coste di Hodeidah e Taiz: ognuno vuole negare all’altro il controllo effettivo dello stretto.