di Giuseppe Gagliano –
Più che il risultato delle urne, in Algeria sarà l’affluenza a determinare il significato politico delle elezioni legislative. Il rinnovo della camera bassa, con oltre 1.200 candidati in corsa per 407 seggi, non sembra destinato a modificare gli equilibri di potere, ma rappresenta un test sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e sulla credibilità del progetto della “nuova Algeria” promosso dal presidente Abdelmadjid Tebboune.
Per il governo il voto costituisce un passaggio del percorso di rinnovamento avviato dopo la fine dell’era di Abdelaziz Bouteflika. Per l’opposizione, invece, il sistema continua a essere caratterizzato dal predominio dell’esecutivo, dal ruolo centrale delle forze armate, da partiti fortemente controllati e da uno spazio politico limitato. In questo contesto, il Parlamento viene percepito da molti come un’istituzione con margini ridotti di autonomia.
Proprio per questo il dato più atteso è quello della partecipazione. Un’elevata astensione sarebbe interpretata come il segnale di una crescente distanza tra società e istituzioni, alimentata dalla convinzione che il voto non incida realmente sulle decisioni politiche del Paese.
La sfiducia affonda le proprie radici nelle proteste del 2019, quando il movimento Hirak costrinse Bouteflika alle dimissioni dopo vent’anni al potere. Da allora sono state introdotte riforme istituzionali e una nuova legge elettorale, ma molti osservatori ritengono che i principali centri decisionali siano rimasti sostanzialmente immutati. L’esclusione di candidati vicini al movimento di protesta e le pressioni sui partiti che promuovono il boicottaggio hanno inoltre alimentato le critiche sul grado di apertura del sistema politico.
Alle tensioni politiche si sommano le difficoltà economiche. Inflazione, perdita di potere d’acquisto, disoccupazione e servizi pubblici sotto pressione continuano a pesare sulla vita quotidiana, mentre l’economia resta fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas. Le entrate energetiche consentono di finanziare la spesa pubblica e i sussidi, ma non hanno finora favorito una significativa diversificazione del sistema produttivo né creato sufficienti opportunità occupazionali per le nuove generazioni.
Sul piano interno, il ruolo delle forze armate continua a rappresentare uno degli elementi centrali dell’equilibrio istituzionale. In un contesto regionale segnato dall’instabilità del Sahel, dalla crisi libica, dalle tensioni con il Marocco e dalla questione del Sahara Occidentale, l’apparato militare viene considerato dal governo una garanzia di continuità e sicurezza nazionale.
Anche sul piano internazionale l’Algeria mantiene una posizione strategica. Le forniture di gas verso l’Europa, rafforzatesi dopo la crisi energetica degli ultimi anni, hanno consolidato il ruolo di Algeri come partner privilegiato, in particolare per l’Italia. Questa centralità energetica ha contribuito a privilegiare il dialogo su sicurezza, migrazioni e cooperazione economica, lasciando spesso in secondo piano le critiche relative alle libertà politiche e civili.
Le elezioni, dunque, non sembrano destinate a cambiare gli equilibri del potere, ma offriranno un’importante indicazione sul rapporto tra Stato e cittadini. Più del numero dei seggi conquistati, sarà il livello della partecipazione a indicare quanto gli algerini continuino a riconoscersi nelle istituzioni e quanto consenso conservi il progetto politico della “nuova Algeria”.












