di Alessandro Pompei –
L’accordo tra Unione europea e Mercosur rischia di produrre conseguenze molto più profonde di quelle normalmente richiamate nel dibattito politico. Oltre a non offrire una soluzione alla crisi dell’industria europea, e in particolare di quella tedesca, il trattato eserciterebbe una forte pressione sui servizi ecosistemici garantiti dalla foresta amazzonica, mettendo a repentaglio uno dei sistemi naturali più importanti del pianeta. Le rassicurazioni di Bruxelles sulle tutele ambientali appaiono infatti difficili da conciliare con gli effetti che l’intensificazione delle produzioni agricole potrebbe avere sulla più grande foresta tropicale del mondo.
Anche dal punto di vista economico il bilancio appare controverso. Mentre la manifattura tedesca continua ad attraversare una crisi profonda, testimoniata anche dal piano di ristrutturazione di Volkswagen, che prevede fino a 100mila esuberi nel mondo, la chiusura di quattro stabilimenti in Germania e un crollo dell’utile operativo superiore al 53%, l’accordo favorirebbe soprattutto la grande distribuzione e i grandi latifondi sudamericani, scaricando invece costi significativi sull’agricoltura europea e sulle comunità indigene dell’Amazzonia.
La trasformazione di vaste aree di foresta in terreni agricoli non rappresenta soltanto un problema ambientale. Significa indebolire quello che molti studiosi considerano l’ultimo grande scudo biologico del continente sudamericano, aumentando anche il rischio di nuove zoonosi. La frammentazione degli habitat naturali è infatti indicata da numerose ricerche tra i fattori che favoriscono i fenomeni di spillover, alla base di emergenze sanitarie come SARS, MERS, influenza aviaria, influenza suina e, più recentemente, della pandemia di COVID-19.
Uno degli aspetti meno considerati riguarda i cosiddetti servizi ecosistemici, ossia l’insieme dei benefici che gli ecosistemi naturali garantiscono alle attività umane. Il Millennium Ecosystem Assessment promosso dalle Nazioni Unite li ha classificati in quattro grandi categorie: i servizi di supporto, indispensabili al funzionamento degli ecosistemi; quelli di approvvigionamento, che comprendono acqua, legname, alimenti e materie prime; quelli di regolazione, fondamentali per il clima, il ciclo dell’acqua e l’assorbimento dell’anidride carbonica; infine i servizi culturali, che includono i valori spirituali, sociali e identitari, particolarmente rilevanti per le popolazioni indigene.
La progressiva conversione della foresta primaria in pascoli e coltivazioni compromette tutti questi equilibri. I servizi di regolazione sono tra i primi a risentirne, perché la capacità dell’Amazzonia di depurare l’acqua, regolare il clima e sequestrare anidride carbonica diminuisce rapidamente con l’avanzare della deforestazione.
Anche il bilancio del carbonio peggiora sensibilmente. Ogni ettaro di foresta primaria abbattuto perde una capacità di assorbimento stimata tra 1,8 e 5,5 tonnellate di CO₂ all’anno. Le colture che sostituiscono la vegetazione naturale non compensano questa perdita, poiché il carbonio assorbito viene restituito in tempi brevi all’atmosfera attraverso il raccolto, la decomposizione e i normali processi biologici.
A questo si aggiunge il rilascio immediato del carbonio accumulato per secoli nella biomassa forestale. Gli incendi utilizzati per preparare i terreni agricoli possono liberare tra 440 e 660 tonnellate di CO₂ per ettaro, mentre la successiva lavorazione del terreno accelera l’ossidazione della sostanza organica, provocando ulteriori emissioni comprese tra 70 e 150 tonnellate di CO₂ per ettaro. Nei primi anni successivi alla conversione agricola il suolo può perdere circa un quinto della propria sostanza organica strutturale, aggravando ulteriormente il bilancio emissivo.
A queste emissioni dirette si sommano infine quelle generate dall’aumento dei trasporti intercontinentali. Un costo climatico spesso sottovalutato nelle valutazioni macroeconomiche europee, ma che non esisterebbe se la produzione rimanesse maggiormente ancorata a filiere locali e mercati di prossimità.
Alle emissioni prodotte dalla distruzione della foresta si aggiunge un’ulteriore quota di anidride carbonica liberata dall’ossidazione dell’humus. L’aratura espone infatti gli strati più profondi del terreno all’ossigeno, accelerando la decomposizione della sostanza organica. Secondo i dati agronomici, nei primi anni successivi alla conversione agricola un suolo tropicale può perdere circa il 20% della propria sostanza organica strutturale, con un rilascio supplementare compreso tra 70 e 150 tonnellate di CO₂ per ettaro. A questo bilancio emissivo si somma poi quello derivante dall’aumento dei trasporti intercontinentali. Si tratta di un’impronta climatica che l’Unione europea tende a sottostimare nei propri modelli economici, attribuendosi soltanto una parte delle emissioni generate lungo le rotte commerciali, ma che non esisterebbe se si privilegiasse una produzione maggiormente legata alle filiere corte e ai mercati locali.
L’aspetto forse più paradossale dell’accordo riguarda però le conseguenze che potrebbe avere sulla stessa agricoltura sudamericana. L’espansione dei terreni coltivati attraverso la conversione della foresta primaria rischia infatti di compromettere proprio quei meccanismi naturali che, da secoli, rendono possibile l’elevata produttività agricola del continente. In altre parole, il trattato potrebbe alimentare un vero e proprio “agro-suicidio”, distruggendo le condizioni ambientali dalle quali dipende la stessa produzione agricola.
La straordinaria fertilità di vaste aree del Sud America non dipende soltanto dal clima equatoriale e dalle temperature elevate, ma soprattutto dal ciclo dell’acqua alimentato dalla foresta amazzonica. Ogni giorno miliardi di alberi rilasciano nell’atmosfera enormi quantità di vapore acqueo attraverso la traspirazione; un singolo albero adulto può immettere fino a mille litri d’acqua nell’aria. Moltiplicato per circa venti miliardi di alberi, questo processo genera un’immensa corrente di umidità atmosferica, nota come “fiume volante”.
Trasportata dagli alisei verso occidente, questa massa d’acqua incontra la barriera delle Ande, dove condensa alimentando il bacino amazzonico e quello dell’Orinoco, mentre una parte delle precipitazioni devia verso sud, irrigando il Cerrado brasiliano, il Paraguay, l’Uruguay e le pianure agricole dell’Argentina. È un gigantesco sistema naturale di distribuzione dell’acqua che garantisce la stabilità climatica dell’intero continente.
La progressiva distruzione della foresta interrompe questo delicato equilibrio. Le ricerche pubblicate su Nature Communications mostrano che la deforestazione ha già ridotto dell’8-11% le precipitazioni annuali nell’Amazzonia meridionale, con una perdita media di circa sei millimetri di pioggia per ogni punto percentuale di foresta abbattuta. Gli effetti economici sono già visibili. Gli studiosi dell’Università Federale di Minas Gerais parlano di “agro-suicidio” perché, nelle aree maggiormente colpite dalla deforestazione, la stagione delle piogge si è accorciata di oltre due mesi, provocando danni superiori a un miliardo di dollari alle coltivazioni di soia e mais. Considerando che oltre il 90% dell’agricoltura del Mercosur dipende quasi esclusivamente dalle precipitazioni naturali e dispone di limitati sistemi di irrigazione artificiale, l’espansione agricola favorita dall’accordo rischia di compromettere la stessa disponibilità d’acqua indispensabile alla sua sopravvivenza.
La perdita della foresta amazzonica produce inoltre effetti che vanno ben oltre il clima e l’agricoltura. La distruzione degli habitat provoca un rapido impoverimento della biodiversità, cancellando migliaia di ettari di ecosistemi e alterando gli equilibri ecologici. La riduzione delle precipitazioni colpisce numerose specie, in particolare quelle più sensibili ai cambiamenti ambientali, come molti anfibi, mentre il progressivo impoverimento biologico compromette il funzionamento dell’intero ecosistema, fondato sull’interazione tra migliaia di organismi che garantiscono il riciclo dei nutrienti e la stabilità naturale.
La tutela della biodiversità rappresenta anche una questione strategica per la salute pubblica e per la ricerca scientifica. Gran parte dei principi attivi utilizzati dalla medicina moderna deriva infatti da organismi vegetali e animali. La perdita di specie ancora poco studiate significa rinunciare preventivamente a un patrimonio farmacologico potenzialmente enorme. Emblematico è il caso delle rane australiane del genere “Rheobatrachus”, studiate negli anni Settanta per le loro peculiari caratteristiche biologiche e considerate promettenti per lo sviluppo di nuove terapie contro l’ulcera peptica. Le due specie conosciute si estinsero pochi anni dopo la loro scoperta a causa della distruzione del loro habitat naturale, cancellando definitivamente una possibile risorsa per la ricerca medica.
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La perdita di biodiversità non rappresenta soltanto un danno ambientale, ma aumenta anche il rischio di nuove emergenze sanitarie. La frammentazione della foresta accresce infatti la probabilità di spillover, ossia del passaggio di un agente patogeno dagli animali selvatici all’uomo o agli animali domestici. In un ecosistema integro, la grande varietà di specie costituisce una barriera naturale alla diffusione delle malattie. La presenza di predatori, competitori e numerosi ospiti non adatti alla trasmissione interrompe la circolazione dei patogeni e rende molto più difficile il loro arrivo all’uomo.
Quando la foresta viene frammentata questo equilibrio si rompe. Le specie più specializzate e i grandi predatori scompaiono, mentre proliferano animali altamente adattabili, come roditori, alcuni uccelli e pipistrelli, che convivono facilmente con la presenza umana e rappresentano da sempre importanti serbatoi naturali di virus e batteri. L’espansione di pascoli, allevamenti e insediamenti umani aumenta inevitabilmente le occasioni di contatto tra fauna selvatica, bestiame e persone, riproducendo quelle stesse dinamiche ecologiche che sono state associate all’origine di epidemie come SARS, MERS e COVID-19.
Alle conseguenze ambientali si aggiunge poi una questione giuridica e umanitaria. L’accordo tra Unione europea e Mercosur viene contestato anche perché rischia di compromettere i diritti delle popolazioni indigene. La principale organizzazione rappresentativa dei popoli nativi del Brasile, l’APIB, si è opposta apertamente alla ratifica del trattato, accusandolo di favorire un modello di sviluppo fondato sull’espansione delle attività estrattive e agricole a discapito delle comunità tradizionali.
Al centro delle contestazioni vi è la violazione del principio del Consenso Preventivo, Libero e Informato (FPIC), riconosciuto dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni e dalla Convenzione n. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Secondo le organizzazioni indigene, le comunità interessate non sarebbero state coinvolte nei negoziati né consultate sulle decisioni destinate a incidere direttamente sui loro territori ancestrali.
La prospettiva di un ampliamento delle esportazioni agricole rafforza inoltre il peso politico della cosiddetta “Bancada Ruralista”, la potente lobby dell’agrobusiness brasiliano, che da anni sostiene iniziative legislative finalizzate ad ampliare le superfici coltivabili, legalizzare nuove concessioni estrattive e ridurre le tutele riconosciute ai territori indigeni. La pressione riguarda circa 1.400 territori ancestrali e, secondo numerosi studi sulla sicurezza umana, rischia di tradursi in un aumento dei conflitti fondiari, nell’espansione dell’utilizzo di pesticidi vietati nell’Unione europea e in un ulteriore deterioramento delle condizioni sanitarie e sociali delle popolazioni locali.
Nel suo complesso, il trattato UE-Mercosur appare quindi come una scelta strategicamente contraddittoria. Da un lato Bruxelles impone agli agricoltori europei gli stringenti vincoli ambientali del Green Deal; dall’altro favorisce un modello produttivo che potrebbe accelerare la deforestazione amazzonica, compromettere il ciclo idrologico del continente sudamericano e aggravare il cambiamento climatico.
Anche sul piano economico i benefici appaiono incerti. Sacrificare parte dell’agricoltura e della zootecnia europee per sostenere indirettamente un comparto manifatturiero che continua a perdere competitività nei confronti dell’Asia rischia di rivelarsi una scelta miope. Le difficoltà attraversate dall’industria tedesca dimostrano infatti che il problema non deriva dalla disponibilità di nuovi mercati agricoli, ma da trasformazioni strutturali che il commercio internazionale difficilmente potrà risolvere.
Il rischio è che l’Europa si ritrovi, nel giro di pochi anni, con un apparato industriale comunque ridimensionato e, nello stesso tempo, con una maggiore dipendenza alimentare dall’estero, contribuendo inoltre al deterioramento di uno degli ecosistemi più importanti del pianeta. Da questa prospettiva, un eventuale rinvio o una mancata ratifica del trattato non rappresenterebbero una sconfitta geopolitica, ma una scelta di maggiore prudenza davanti a costi ambientali, economici e sociali che potrebbero rivelarsi molto superiori ai benefici attesi.












