DALLAS — «Fate finta che ci sia il mio nome sulla scheda.» Donald Trump lo ha detto dal palco di Dallas, in Texas, davanti ai delegati di una convention repubblicana che di normale ha poco: le grandi assise dei partiti americani si celebrano solo negli anni delle presidenziali, mai a metà mandato. Questa volta il partito ne ha convocata una apposta, costruita interamente attorno al presidente. Ed è stato lui stesso, con quella frase, a dirne il senso.

Dal palco sono arrivate le due promesse destinate a definire la campagna per il voto di novembre, riferiscono Reuters e la BBC: un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano in caso di vittoria repubblicana alle elezioni di metà mandato, e la guerra con l’Iran — aperta ormai da sette mesi — che «finirà immediatamente» dopo il voto.

La partita vera è una sola: trasformare il midterm, il voto che rinnova l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato, in un plebiscito personale. Le elezioni di metà mandato sono da sempre un referendum sull’inquilino della Casa Bianca, e quasi sempre lo puniscono: il partito del presidente, storicamente, perde seggi. Trump ha scelto di non schivare il colpo ma di andargli incontro, mettendo se stesso — il suo nome, letteralmente — al centro della scheda. Non i candidati, non il programma: lui.

L’assegno da 5.000 dollari è la promessa che farà discutere di più. Da dove arriverebbero i soldi? Qualunque versamento federale ai cittadini richiede una legge del Congresso — ed è proprio il Congresso il premio in palio a novembre. La promessa, insomma, si regge da sola sul piano politico: prima i seggi, poi i dettagli. L’assegno non è un programma di governo, è un incentivo a votare, e il presidente lo ha presentato esattamente così: come il dividendo di una vittoria.

Sull’Iran il registro è lo stesso. Il conflitto con la Repubblica islamica dura da sette mesi e pesa sull’umore del Paese; Trump ha assicurato che «finirà immediatamente» dopo il voto. Ma Washington, ha fatto sapere il presidente, non intende riaprire i negoziati con Teheran. Fine immediata, dunque, senza tornare al tavolo: anche la guerra diventa materia elettorale, un conto alla rovescia agganciato alle urne di novembre.

Le assenze sul palco

Il dettaglio più eloquente della serata, però, sta in chi a Dallas non è salito sul palco. Decine di candidati repubblicani hanno scelto di non farsi vedere accanto al presidente, il cui gradimento nei sondaggi si aggira attorno al 30 per cento. Il calcolo è brutale: nei collegi contesi, la fotografia con Trump rischia di costare più voti di quanti ne porti. Meglio la campagna a casa propria, lontano dalle telecamere del Texas.

La convention doveva mostrare un partito compatto dietro il suo capo. Le assenze raccontano l’opposto: un partito che ha ancora bisogno di Trump per mobilitare la base — nessuno, nel campo repubblicano, muove le folle come lui — ma che nei territori in bilico preferisce tenerlo a distanza. È la contraddizione che accompagna il presidente dal 2016, mai così visibile come su questo palco.

La sorpresa di Fetterman

Poi il colpo di teatro. Sugli schermi della convention è comparso, a sorpresa e in collegamento video, John Fetterman, senatore democratico della Pennsylvania, da tempo il più eterodosso del suo partito. Una presenza democratica proprio dove mancavano i repubblicani — e nulla, in una serata costruita al millimetro attorno al presidente, avviene per caso —: ai moderati e agli indecisi il segnale dice che il recinto trumpiano può allargarsi oltre i confini del partito, mentre dentro quei confini qualcuno se ne va.

In palio a novembre c’è la tenuta degli ultimi due anni di mandato. Se i democratici riconquistassero anche una sola delle due camere, ogni legge — compreso l’eventuale assegno da 5.000 dollari — passerebbe dalle loro mani, e con la Camera arriverebbe il potere d’inchiesta delle commissioni parlamentari. Trump lo sa. Per questo ha chiesto agli elettori di dimenticare i nomi stampati sulla scheda e di votare, in realtà, per lui.

«Fate finta che ci sia il mio nome sulla scheda», ha ripetuto dal palco di Dallas. I sondaggi dicono che gli americani faranno esattamente così. E quel nome, oggi, vale il 30 per cento.