
di Giuseppe Gagliano –
La Cina si prepara al confronto con gli Stati Uniti cercando un difficile equilibrio tra dialogo e fermezza. Con il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump atteso, secondo Reuters, tra il 31 marzo e il 2 aprile 2026, la leadership di Pechino prova infatti a evitare uno scontro frontale con Washington senza però dare l’impressione di cedere alle crescenti pressioni americane sui partner strategici cinesi. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha ribadito che il dialogo tra le due principali economie del mondo è indispensabile per evitare errori di calcolo con conseguenze globali, sottolineando la necessità di preparare con attenzione gli incontri ad alto livello. Il messaggio è chiaro: senza un minimo di cooperazione tra Washington e Pechino, il sistema internazionale entra in una fase di rischio permanente.
La guerra contro l’Iran complica però la posizione cinese. Trump arriva al confronto con Xi cercando di presentarsi da una posizione di forza dopo la campagna militare statunitense e israeliana contro Teheran, che ha riportato al centro l’uso della coercizione nella politica internazionale. Pechino ha reagito con cautela. Wang Yi ha chiesto un cessate il fuoco nel Golfo e il rispetto della sovranità degli Stati della regione, ma la Cina evita di trasformare i propri rapporti economici e politici con l’Iran in un impegno militare diretto. L’offensiva americana mette così alla prova la credibilità strategica della rete di relazioni costruita da Pechino negli ultimi anni.
La pressione statunitense non riguarda solo il Medio Oriente. L’attivismo di Trump verso Venezuela, Cuba, Messico e Colombia e la volontà di riaffermare l’influenza americana in America Latina incidono direttamente sugli interessi cinesi. Per Pechino non si tratta soltanto di difendere singoli partner, ma di preservare il prestigio politico accumulato con investimenti, infrastrutture e accordi strategici. Se Washington può colpire o intimidire gli interlocutori della Cina senza incontrare una risposta efficace, l’immagine internazionale di Xi rischia di indebolirsi e progetti come le Nuove Vie della Seta o l’iniziativa per la sicurezza globale potrebbero apparire strumenti economici rilevanti ma privi di reale deterrenza geopolitica.
Il nodo è anche geoeconomico. Pechino continua a presentarsi come un fattore di stabilità e come una potenza commerciale e finanziaria capace di offrire mercati, investimenti e infrastrutture in alternativa alla logica militare. Tuttavia il contesto internazionale del 2026 rende sempre più difficile separare la forza economica da quella strategica. Quando Washington utilizza la forza o la minaccia della forza per ridisegnare equilibri regionali, cresce inevitabilmente la domanda su quanto i partner della Cina possano realmente contare sulla protezione di Pechino.
Negli ultimi mesi la leadership cinese ha cercato di compensare questa vulnerabilità mostrando maggiore assertività nel proprio vicinato. Le esercitazioni militari attorno a Taiwan, le tensioni con il Giappone e le pressioni contro le Filippine nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale indicano la volontà di non accettare passivamente il primato strategico americano. Allo stesso tempo l’azione resta calibrata per evitare una crisi irreversibile prima dell’incontro con Trump.
Il vertice di fine marzo difficilmente porterà a una svolta. Più realisticamente servirà a contenere la competizione tra le due potenze. Trump punta a mostrarsi come il leader capace di dettare i tempi delle crisi globali, mentre Xi vuole apparire come il garante della stabilità senza rinunciare agli interessi fondamentali della Cina. La rivalità tra Washington e Pechino, ormai, non è più soltanto commerciale ma strategica, militare e geoeconomica, con ripercussioni che vanno dall’Asia al Medio Oriente fino all’America Latina.
La vera posta in gioco è capire se la Cina riuscirà a trasformare la propria potenza economica in una capacità di protezione politica credibile oppure se gli Stati Uniti riusciranno a dimostrare che il potere globale continua a misurarsi soprattutto nella capacità di colpire, intimidire e imporre gerarchie. È questa la questione che domina il vertice in arrivo e che pesa sull’intero equilibrio mondiale.











