WASHINGTON — L’America perde posti di lavoro da tre mesi e la sua banca centrale si prepara ad alzare i tassi. Mercoledì 16 settembre, alle 13 di New York (le 19 in Italia), il comitato di politica monetaria della Federal Reserve annuncerà la decisione: su Kalshi — la piattaforma di previsioni regolata dall’autorità americana dei derivati, dove sul contratto sono passati quasi 66 milioni di dollari — il rialzo di un quarto di punto è dato al 78%. I tassi fermi valgono appena il 23%.
Sarebbe la prima stretta dell’era di Kevin Warsh, il presidente della Fed scelto da Donald Trump e passato dall’audizione al Senato a metà luglio. L’intervallo obiettivo è fermo al 3,50-3,75% dalla riunione di luglio, quando tre membri del comitato votarono contro la pausa chiedendo un aumento. Due mesi dopo, quella minoranza è diventata la linea della casa.
Il ribaltone porta la data del 28 agosto. A Jackson Hole, il simposio estivo dei banchieri centrali sulle montagne del Wyoming, Warsh ha detto che le tendenze di fondo dell’inflazione non sono «migliorate in modo significativo» e che la Fed ha ancora «del lavoro da fare»; i dati estivi migliori del previsto, ha aggiunto parlando alla radio pubblica economica Marketplace e alla platea del simposio, non bastano finché la discesa verso l’obiettivo non sarà «chiara e abbastanza rapida». Prima del discorso i mercati davano i tassi fermi al 70%. Poche ore dopo, riferisce CNBC, il mercato dei futures di Chicago prezzava il rialzo al 56%, salito al 66% il lunedì successivo — con circa una probabilità su due di un secondo ritocco a dicembre.
Petrolio a 80 dollari
Anche le grandi banche si sono adeguate. Gli strategist di J.P. Morgan Wealth Management, che fino ad agosto avevano come scenario base «nessun cambiamento nel 2026», ora prevedono un quarto di punto in più a settembre. Due i motivi: gli shock di offerta legati al conflitto con l’Iran, che tengono alti i costi dell’energia — greggio intorno agli 80 dollari al barile, con il rischio di una corsa verso i 120 se i blocchi persistono — e i dubbi degli investitori sulla reale volontà della Fed di piegare l’inflazione dopo lo stop di luglio.
Perché stringere mentre l’occupazione arretra? Perché i numeri tirano in direzioni opposte. L’inflazione misurata sui consumi era al 3,7% a luglio (3,3% la componente di fondo), quasi il doppio dell’obiettivo, anche se l’indice «depurato» della Fed di Dallas segnala un 2,3% assai più mite. Sull’altro piatto, tre rilevazioni consecutive deboli sui nuovi posti di lavoro, con luglio addirittura in perdita. Ma la partita vera non si gioca sul quarto di punto: si gioca sulla credibilità di una banca centrale che a luglio si è fermata e che i mercati sospettano di indulgenza verso i prezzi. Il rialzo è il messaggio, prima ancora della medicina.
Lo ha ammesso, in fondo, la stessa presidente della Fed di Cleveland, Beth Hammack: un quarto di punto, ha osservato, «non fa molto». E dentro il comitato l’unanimità è tutt’altro che scontata, dopo una pausa estiva votata a maggioranza risicata.
Intanto le famiglie americane fanno i conti con mutui vicini al 7%, secondo i rilevamenti di Inside Mortgage Finance. «Un mondo a cui tutti devono adattarsi, fatto di tassi più alti», lo descrive un gestore di Aristotle Pacific Capital. L’anomalia di mercoledì — una stretta in piena frenata del lavoro — rischia di non essere un’eccezione, ma il ritratto dell’economia americana del dopo-Iran: energia cara, prezzi vischiosi e una Fed costretta a scegliere ogni volta quale dei suoi due mandati tradire.

