Gaza. La forza internazionale resta sulla carta mentre la ricostruzione è in stallo

di Giuseppe Gagliano –

La prevista forza internazionale destinata a garantire la stabilizzazione della Striscia di Gaza resta, almeno per ora, un progetto lontano dalla realtà. A fronte dell’ipotesi iniziale avanzata dall’amministrazione Trump di schierare circa 20.000 militari, le disponibilità concrete si limitano a pochi uomini, con il Marocco che valuta l’invio di un ristretto contingente destinato inizialmente ad attività di addestramento e supporto logistico nei pressi del valico di Kerem Shalom, in territorio israeliano.
Il piano americano prevedeva una sequenza precisa: cessazione delle ostilità, disarmo di Hamas, trasferimento dell’amministrazione della Striscia a un organismo palestinese tecnico, ritiro graduale delle forze israeliane, dispiegamento dei contingenti internazionali e avvio della ricostruzione. Tuttavia, il principale ostacolo rimane il rifiuto di Hamas di rinunciare al proprio apparato militare, condizione che rende estremamente difficile qualsiasi missione di stabilizzazione.
Diversi Paesi hanno manifestato cautela. Indonesia, Albania, Kazakistan, Kosovo e Marocco hanno preso in esame un possibile contributo, ma nessuno appare disposto a impegnare consistenti contingenti in uno scenario ancora altamente instabile. Senza un accordo politico sul monopolio della forza, una missione internazionale rischierebbe infatti di trasformarsi in un obiettivo per gruppi armati, perdendo rapidamente la propria funzione di mantenimento della pace.
Anche il processo di ricostruzione resta fortemente condizionato dalla situazione sul terreno. Gli investimenti internazionali procedono con estrema lentezza e gli interventi si concentrerebbero, almeno inizialmente, nelle aree sotto controllo israeliano. Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano finora uno dei pochi attori ad aver assunto un ruolo concreto, sostenendo finanziariamente un progetto destinato all’assistenza degli sfollati nella zona di Rafah.
Sul piano geopolitico, la crisi regionale e le tensioni con Iran e Libano hanno ulteriormente ridotto la disponibilità degli Stati a partecipare a una missione militare. In assenza di un’intesa condivisa sul futuro politico della Striscia, il progetto della forza internazionale rischia quindi di rimanere sulla carta, mentre la ricostruzione continua a essere rinviata e il futuro di Gaza resta strettamente legato all’evoluzione degli equilibri regionali.