WASHINGTON — Oltre trenta missili Patriot non sono bastati. Nella notte fra martedì e mercoledì i missili balistici iraniani hanno bucato lo scudo della base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, e hanno danneggiato nove aerei da guerra americani. La conferma, arrivata giovedì da fonti statunitensi, è la prima ammissione che i colpi di Teheran raggiungono i velivoli Usa a terra, nel cuore dell’installazione più difesa della regione.
Il bilancio è preciso. Un A-10 Thunderbolt — l’aereo d’attacco che i piloti chiamano «Warthog», il facocero — ha perso un’ala; circa otto caccia F-15 hanno riportato danni leggeri e sono già stati rimessi in servizio, riferisce CBS News citando persone con conoscenza diretta della vicenda. La rivista dell’associazione delle forze aeree americane, Air & Space Forces Magazine, ha confermato in modo indipendente i numeri. Nessun militare americano è rimasto ucciso.
L’attacco è l’ultimo giro di una spirale che ruota attorno al petrolio. Martedì gli Stati Uniti avevano colpito cinque petroliere iraniane, rappresaglia per il tentativo di Teheran di centrare una nave da guerra della Marina. I Pasdaran — le Guardie della rivoluzione islamica — hanno risposto rivendicando attacchi contro otto petroliere, due navi da guerra e la base giordana, sulla quale hanno lanciato decine di missili balistici. Le difese americane e giordane hanno risposto con dozzine di intercettori. Non tutti hanno fatto centro.
Perché la conferma arriva solo adesso, a quasi due giorni dai fatti? Perché il Pentagono tace: un portavoce del Comando centrale, che dirige le operazioni Usa in Medio Oriente, non ha risposto alle richieste di commento, e le fonti hanno parlato in forma anonima perché non autorizzate. I Pasdaran, invece, i danni agli aerei li avevano rivendicati già nelle ore successive all’attacco. Questa volta la propaganda diceva il vero.
L’hub di Azraq
Muwaffaq Salti sorge nel deserto orientale della Giordania, presso la cittadina di Azraq, e ospita dozzine di velivoli americani: è lo snodo aereo principale delle operazioni contro l’Iran da quando la guerra è cominciata, in febbraio. Teheran l’ha già presa di mira più volte. In luglio tre soldati dell’Esercito americano vi erano stati uccisi da un attacco missilistico: allora si contarono i morti, oggi si contano gli aerei mutilati sulle piste.
Intanto, a migliaia di chilometri dal deserto giordano, Donald Trump gira l’America per sostenere i candidati repubblicani al voto di metà mandato. Il messaggio del presidente, riferito da CBS News, è che la guerra con l’Iran finirà dopo le elezioni e che i prezzi della benzina caleranno. Ma i mercati guardano altrove: allo Stretto di Hormuz e alla guerra delle petroliere, che a ogni rappresaglia incrociata spinge il greggio più in alto.
Il paradosso è tutto qui: mentre la Casa Bianca promette agli elettori una guerra a scadenza, l’Iran dimostra di poter colpire gli aerei americani dentro il loro rifugio meglio protetto. Il bersaglio di Teheran, del resto, non erano soltanto un A-10 e otto F-15: era la promessa stessa che il conflitto sia sotto controllo. Un’ala strappata a un aereo d’attacco vale più, in questa partita, di dieci comunicati — ed è arrivata puntuale, a otto settimane dal voto americano.
