BERLINO — Cento dollari al barile. È il prezzo che il petrolio ha superato da quando le petroliere evitano lo Stretto di Hormuz, sotto la minaccia di attacchi iraniani, ed è la cifra che pesa su ogni riga della decisione presa oggi dalla Banca centrale europea: i tassi salgono ancora, perché l’inflazione di guerra non passa.

Il Consiglio direttivo — riunito per una volta fuori sede, a Berlino anziché a Francoforte — ha alzato i tre tassi chiave di 25 punti base: i depositi passano al 2,50%, le operazioni di rifinanziamento principali al 2,65%, il rifinanziamento marginale al 2,90%, con effetto dal 16 settembre. È il secondo rialzo del 2026, dopo quello dell’11 giugno e la pausa del 23 luglio. La motivazione è nero su bianco nel comunicato: «Il conflitto in Medio Oriente continua a generare pressioni inflazionistiche, e l’inflazione resterà ben al di sopra dell’obiettivo per un periodo prolungato».

I numeri spiegano la stretta. Ad agosto i prezzi nell’area euro sono saliti del 3,3%, contro un obiettivo del 2%, con l’energia in corsa a +14,3% su base annua. E i tassi della banca centrale colpiscono prima le banche e poi il credito all’economia reale, dai mutui casa agli investimenti industriali, ricorda l’Associated Press. Ma i mercati non hanno battuto ciglio: tutti i 65 economisti interpellati da Reuters a inizio settembre prevedevano esattamente questo rialzo.

Perché stringere ancora, se la crescita resta fragile? Perché le nuove proiezioni dello staff dicono che il problema durerà: inflazione media al 3,0% quest’anno, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028 — con gli ultimi due anni rivisti al rialzo rispetto a giugno. La crescita, invece, tiene meglio del previsto: 0,9% nel 2026, 1,4% nel 2027, 1,5% nel 2028, corretta all’insù per la «resilienza» dell’economia dell’area euro. Il quadro resta però «altamente incerto», al punto che Francoforte ha preparato scenari alternativi sullo shock energetico. I rischi, avverte, pendono al rialzo sui prezzi e al ribasso sulla crescita.

Anche la Fed si prepara

La partita, intanto, si gioca su due sponde dell’Atlantico. La Federal Reserve, la banca centrale americana, si riunisce il 15 e 16 settembre, e il suo presidente Kevin Warsh ha già avvertito che sull’inflazione — al 3,7% negli Stati Uniti — potrebbe esserci «ancora lavoro da fare». Il messaggio delle due banche centrali è lo stesso: il costo della guerra con l’Iran è arrivato nei bilanci delle famiglie, e nessuno può prometterne la fine.

Per i Paesi più indebitati, Italia in testa, il comunicato ribadisce la disponibilità del Tpi, lo scudo anti-spread che consente alla banca centrale di comprare titoli di Stato contro «dinamiche di mercato disordinate e ingiustificate». I grandi portafogli di titoli accumulati negli anni dell’emergenza continuano intanto a ridursi, senza reinvestimenti alla scadenza.

Ora gli occhi sono sulla conferenza stampa della presidente Christine Lagarde, nel pomeriggio: gli analisti ne peseranno ogni parola per capire se seguiranno altri rialzi in autunno. Ma la variabile decisiva non è a Berlino né a Francoforte: è nello Stretto di Hormuz, dove nessuno oggi sa dire quanto a lungo le petroliere resteranno alla larga.