WASHINGTON — La guerra tra Stati Uniti e Iran, entrata nel settimo mese, ha cambiato bersaglio: non più soltanto basi e navi militari, ma il petrolio che tiene in piedi la Repubblica islamica. Martedì il Central Command, il comando americano per il Medio Oriente, ha annunciato di aver «distrutto» cinque petroliere iraniane, quattro nel Golfo di Oman e una vicino all’isola di Kharg, il principale terminale del greggio di Teheran. Poche ore dopo l’Iran ha risposto lanciando una ventina di missili balistici contro obiettivi «legati agli americani» in Giordania.

Il raid, riferisce l’Associated Press, è la ritorsione per due attacchi missilistici dei pasdaran — i Guardiani della rivoluzione, l’esercito ideologico del regime — contro una nave da guerra americana negli ultimi due giorni. La nave, il cui nome non è stato reso noto, li ha schivati entrambi; nessun militare è rimasto ferito. La conferma ufficiale è arrivata alle 18.33 di martedì ora di Washington (le 0.33 di mercoledì in Italia), mentre il Brent toccava i 97 dollari al barile, il massimo da sette settimane.

Prima di colpire, le forze americane hanno intimato agli equipaggi di abbandonare le navi, poi rese «inutilizzabili». Una è stata identificata: la M/T Riesco, ripresa in fiamme nel video diffuso dallo stesso comando. Secondo il Pentagono le petroliere fanno parte di una «rete ombra» multimiliardaria che finanzia i pasdaran e le milizie loro alleate nella regione — e che l’Iran, spiega il comunicato, «non ha alcun mezzo per difendere».

Non è la prima volta. Il 5 settembre altre tre petroliere erano state colpite tra Kharg, il Golfo di Oman e il porto di Jask, sempre dopo missili iraniani contro una portaerei e un cacciatorpediniere. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Central Command, aveva fissato la regola: «Che il messaggio ai pasdaran sia chiaro: se sparate a due delle nostre navi, imporremo un costo economico ancora più alto, eliminando tre delle vostre». Un listino prezzi, più che una minaccia: Washington ha scelto il terreno dove Teheran non può rispondere alla pari.

I missili sulla Giordania

La risposta iraniana è arrivata dove poteva. I media di Stato di Teheran hanno annunciato lanci contro obiettivi americani in Giordania, alleato di ferro degli Stati Uniti che ospita forze Usa; i pasdaran rivendicano di aver centrato un hangar per caccia nella base di Al-Azraq, nel deserto orientale del Paese. L’esercito giordano ha comunicato che la contraerea ha intercettato 18 missili balistici, mentre altri due sono caduti in zone disabitate: nessuna vittima segnalata. Interpellato sull’attacco, il comando americano ha detto di non avere «informazioni da offrire».

Ma la partita si allarga. La Marina dei pasdaran, in un comunicato ripreso dall’agenzia semi-ufficiale Fars, ha avvertito gli equipaggi di tutte le petroliere nei porti di Kuwait e Bahrein — Paesi «complici» perché ospitano forze americane — di «evacuare immediatamente le navi, all’ancora o in banchina, perché saranno prese di mira». E le agenzie Tasnim e Mehr, vicine al regime, rilanciano la promessa delle forze armate di colpire le basi Usa in tutto il Medio Oriente. Il tono lo aveva dato domenica Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e capo negoziatore: «L’era delle risposte proporzionate è finita».

Hormuz quasi vuoto

Il disegno è ormai leggibile: entrambe le parti hanno trasformato il Golfo in un campo di battaglia economico, dove ogni colpo si misura in barili. Dallo Stretto di Hormuz passava, prima della guerra, circa il 20% del petrolio mondiale; martedì lo hanno attraversato appena sei navi mercantili. Gli americani bloccano i porti iraniani e scortano un numero limitato di navi su una rotta al largo dell’Oman; Teheran pretende che si segua una rotta di sua scelta, in acque prima considerate internazionali, e lunedì il capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale ha annunciato una «zona di esclusione» marittima fuori dallo Stretto, dove le navi senza permesso iraniano verranno fermate.

Intanto Washington stringe anche sull’altro fronte. Martedì il Tesoro ha sanzionato 36 entità dell’aviazione iraniana, tra compagnie commerciali e operatori cargo esteri. «Che sia un avvertimento a chiunque faccia affari con le compagnie aeree rimaste all’Iran: rischiate di essere tagliati fuori dal sistema finanziario globale», ha detto il segretario al Tesoro Scott Bessent. La replica del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, su X, è tutta sarcasmo: «Dopo aver fallito con le sanzioni e con la guerra, la soluzione “inedita” di Washington è… altre sanzioni. Sul serio?».

La guerra aperta dal presidente Donald Trump il 28 febbraio con i raid congiunti con Israele su obiettivi militari e infrastrutturali iraniani doveva chiudersi in fretta: l’operazione «Epic Fury» è finita formalmente il 5 maggio, i negoziati aperti a giugno non hanno mai prodotto una tregua. Il conto americano, secondo il database del Pentagono aggiornato martedì, è di 18 militari uccisi e 820 feriti dall’inizio del conflitto — trenta in più nell’ultimo aggiornamento.

E il fronte si moltiplica. Martedì gli Houthi, la milizia yemenita filo-iraniana, hanno colpito impianti petroliferi sauditi; Riad ha risposto con raid, i peggiori scontri dalla tregua di quattro anni fa. Da Teheran, il capo di stato maggiore ha già dettato la prossima regola d’ingaggio: ogni petroliera iraniana colpita sarà pagata con un attacco a una base americana nella regione. Il listino prezzi, ormai, lo compilano in due.