WASHINGTON — Il primo colpo di martedì lo ha sparato Ottawa. Allo scattare della giornata sono entrati in vigore i dazi di ritorsione canadesi sulle merci americane, riferisce Reuters: l’ennesima mossa di una guerra commerciale che da mesi avvelena il confine più lungo del mondo, quasi 9.000 chilometri lungo i quali passano ogni giorno miliardi di dollari di scambi.

La replica è arrivata prima di mezzanotte. Nella tarda serata di martedì (in Italia era già mercoledì) il presidente americano Donald Trump ha firmato una serie di proclami che vietano l’importazione dal Canada di prodotti caseari, della maggior parte delle bevande alcoliche, delle motociclette e perfino della melassa. Il blocco non è immediato: scatterà fra tre settimane, entro la fine di settembre. Ma sulla portata il Washington Post non ha dubbi: è la più grave escalation dello scontro commerciale fra i due Paesi.

Il salto di qualità sta tutto in una parola. Fin qui Washington e Ottawa si erano tassate a vicenda, rendendo le merci dell’altro più care ma non introvabili; ora gli Stati Uniti passano dal dazio al divieto, dal far pagare al chiudere fuori. Una scelta che rende la partita più politica che economica: il bersaglio non è il prezzo del formaggio canadese, è il governo che lo esporta.

Ma come può un presidente sbarrare una frontiera commerciale per decreto? Lo strumento è il proclama presidenziale, l’equivalente americano di un decreto del capo dello Stato con effetti immediati. E la motivazione formale invocata dalla Casa Bianca toccherebbe la sicurezza alimentare e sanitaria: un dazio si giustifica con il commercio, un divieto totale ha bisogno di una copertura diversa — e la salute dei consumatori è la più collaudata.

Dal dazio al divieto

I settori colpiti non sono scelti a caso. I latticini canadesi vivono da decenni protetti da un sistema di quote e prezzi amministrati che Trump attacca fin dal suo primo mandato, quando denunciava i dazi canadesi sul latte americano come un furto ai danni degli allevatori del Wisconsin. Gli alcolici — whisky in testa — sono una delle voci più riconoscibili dell’export canadese verso sud. La melassa, voce minore, completa un elenco costruito per farsi notare.

Dall’altra parte del confine c’è il governo del primo ministro Mark Carney, l’ex banchiere centrale che ha fatto della riduzione della dipendenza commerciale dagli Stati Uniti la propria bandiera. I dazi di ritorsione entrati in vigore martedì ne sono il braccio operativo: colpire le merci americane per convincere Washington che la guerra costa a entrambi.

A fare da giudice fra le due mosse, per ora, è il calendario. I dazi canadesi mordono già; il divieto americano no. Per tre settimane le cisterne di latte, le casse di whisky e le motociclette continueranno a passare i valichi fra i due Paesi. Poi, salvo un’intesa dell’ultima ora, la porta si chiude.