BOGOTÁ — In dodici mesi i militari americani hanno ucciso almeno 227 persone in attacchi contro presunte imbarcazioni della droga nei Caraibi e nel Pacifico. Nessun processo, nessuna cattura: missili sui natanti indicati dal Pentagono come corrieri dei cartelli. Eppure, quando martedì il segretario di Stato Marco Rubio è atterrato a Bogotá per la prima tappa del suo tour andino, ad attenderlo non c’erano proteste ma tappeti rossi. I Paesi le cui coste sono teatro di quella campagna la applaudono.

Rubio ha promesso alla Colombia una «cooperazione senza precedenti» sulla sicurezza e sull’economia, prima tappa di un viaggio — dall’8 al 10 settembre — che lo porterà anche in Ecuador e Perù. È la sua prima visita da capo della diplomazia americana a Bogotá e a Lima, riferisce Reuters. Il Dipartimento di Stato ha fissato tre temi: il sostegno americano alla risposta al terremoto che ha colpito la Colombia, la lotta comune al «narcoterrorismo che minaccia il nostro emisfero» e «i benefici di relazioni commerciali più profonde».

Perché nessuna resistenza a una campagna militare che i giuristi americani contestano come extragiudiziale? Perché gli interlocutori sono cambiati. A Bogotá governa il nuovo presidente conservatore Abelardo de la Espriella, a Lima si è insediata il 28 luglio Keiko Fujimori, in Ecuador Daniel Noboa — che Rubio aveva già visitato nel 2025 — ha fatto della guerra alle bande la sua bandiera. Tre governi di destra che promettono collaborazione piena con Washington, nota la radio pubblica americana Npr: il viaggio cade mentre l’amministrazione Trump «celebra i nuovi leader di destra e afferma il dominio statunitense nell’emisfero».

La campagna, intanto, non si ferma per la diplomazia. Proprio in queste ore le forze armate americane hanno affondato nel Pacifico orientale un natante che, secondo il Pentagono, riforniva una banda criminale ecuadoriana. I critici sostengono che i raid siano illegali e privi di effetti misurabili sul flusso di droga verso gli Stati Uniti. Ma il dissenso, nelle capitali andine, non trova più sponde.

Il convitato assente

C’è poi ciò che il comunicato ufficiale non dice. Il Venezuela non compare mai, ed è un silenzio che pesa: gli Stati Uniti sono profondamente coinvolti a Caracas da quando, in gennaio, un raid militare ha catturato l’ex presidente Nicolás Maduro, trasferito negli Stati Uniti con accuse di narcotraffico. Un’operazione senza precedenti moderni — un capo di Stato prelevato con la forza e portato davanti a un tribunale americano — che ha ridisegnato i rapporti di forza nella regione.

La partita vera, però, non si gioca solo contro i cartelli. A Bogotá Rubio ha insistito sul rafforzamento dei legami economici con i governi conservatori della regione, e l’obiettivo dichiarato è doppio: narcotraffico e contenimento della Cina, che negli ultimi quindici anni è diventata il primo partner commerciale di mezza America Latina. Le fregate contro i gommoni sono anche un messaggio a Pechino: questo emisfero ha di nuovo un padrone.

È qui che il paradosso si scioglie. I 227 morti in mare non sono un imbarazzo da nascondere: sono la prova di forza che i nuovi presidenti andini chiedono di condividere, il collante di un’alleanza costruita sulla sicurezza prima che sul commercio. Washington parla di «un emisfero occidentale sicuro, prospero e democratico». Il vocabolario è nuovo. La logica — l’America Latina come cortile di casa — ha due secoli, e porta il nome di James Monroe.