Iran. Enayat, ‘La vera sfida per il regime non è esterna, ma interna’

di Giuseppe Gagliano –

Nel pieno di una nuova fase di instabilità in Medio Oriente, l’Iran torna al centro delle dinamiche regionali e internazionali. Ma, secondo lo scrittore e analista Hamid Enayat, la crisi attuale non può essere compresa senza guardare alle sue radici interne. Tra deterioramento del sistema di potere, crescente malcontento sociale e cambiamento degli equilibri internazionali, il Paese si troverebbe oggi di fronte a una fase senza precedenti. In questa intervista, Enayat analizza il ruolo del regime iraniano nella destabilizzazione regionale, i limiti delle politiche occidentali e le prospettive di un cambiamento che, a suo avviso, può nascere solo dall’interno della società iraniana.

– Lei segue da oltre trent’anni gli sviluppi dell’Iran. Cosa rende questa crisi diversa dalle precedenti nella regione?
“L’attuale crisi si distingue per ampiezza e profondità. Coinvolge almeno sedici Paesi e ha un impatto significativo sull’economia globale, mentre le tensioni tra Stati Uniti ed Europa continuano ad aumentare. Anche il livello e la portata degli armamenti impiegati non hanno precedenti recenti. Tuttavia, ciò che osserviamo in Medio Oriente è soprattutto il riflesso di una crisi più profonda, che affonda le sue radici all’interno dell’Iran. Questa deriva dalla convergenza di tre fattori: il deterioramento della struttura di comando del regime, l’esplosione del malcontento sociale e la fine della politica di appeasement da parte dell’Occidente. Mai, in passato, questi tre elementi si erano manifestati simultaneamente. Oggi sì, e questo ha portato il sistema sull’orlo del collasso, un collasso che però non sarà spontaneo né determinato da un intervento militare esterno”.

– In che modo il regime iraniano ha contribuito all’instabilità regionale?
“Il regime dei mullah, fondato su un’impostazione ideologica rigida e superata, non è in grado di rispondere alle esigenze economiche e culturali della società iraniana. Per preservare il potere, fa ricorso alla repressione interna e alla produzione di crisi all’esterno. Fin dalla sua nascita, la sua sopravvivenza è stata legata all’esportazione dell’instabilità: Hezbollah, gli Houthi e diverse milizie sciite in Iraq ne sono esempi concreti. Ogni volta che la stabilità interna vacilla, il regime alimenta tensioni regionali. Questo schema ha contribuito, negli ultimi decenni, a numerosi conflitti, dalla guerra Iran-Iraq fino alle interferenze in Siria e Iraq”.

– Quali sono stati i principali errori dell’Occidente nei confronti della Repubblica islamica?
“L’Occidente ha a lungo creduto di poter modificare il comportamento del regime attraverso concessioni. Tuttavia, già oltre vent’anni fa, la leadership dell’opposizione iraniana aveva avvertito che una politica di appeasement avrebbe portato alla guerra. La storia lo conferma: come osservò Winston Churchill, l’appeasement conduce sia al disonore sia al conflitto. Oggi ne vediamo le conseguenze. L’accordo nucleare non ha impedito al regime di avvicinarsi alla capacità nucleare militare; al contrario, ha liberato risorse finanziarie che hanno favorito l’espansione delle sue attività nella regione. Parallelamente, alcune scelte occidentali hanno indebolito l’opposizione iraniana, alterando gli equilibri a favore del regime”.

– Quando è diventato chiaro che questo regime non è riformabile?
“Fin dall’inizio. Il sistema si fonda sul principio della velayat-e faqih, che attribuisce un potere assoluto alla guida religiosa, al di sopra della volontà popolare. È un modello incompatibile con qualsiasi forma di democrazia. La repressione è stata sistematica sin dai primi anni, con gravi violazioni dei diritti umani. Un sistema costruito su queste basi non è riformabile: può solo essere sostituito”.

– È possibile immaginare un cambiamento senza un intervento militare esterno?
“La storia insegna che i cambiamenti duraturi nascono dall’interno. Anche nel caso iraniano, una trasformazione reale può emergere solo dalla società stessa. In questo contesto, è cruciale l’esistenza di una rete organizzata, radicata nel tessuto sociale e capace di sostenere il cambiamento. Negli ultimi anni, questo ruolo è stato attribuito alle cosiddette “unità di resistenza”, attive in tutto il Paese. Secondo fonti vicine all’opposizione, queste strutture si sono diffuse in tutte le province e hanno avuto un ruolo rilevante nelle proteste recenti, contribuendo all’organizzazione e alla protezione dei manifestanti. Molti membri risultano arrestati o dispersi, mentre alcune operazioni indicano un crescente livello di coordinamento e capacità operativa”.

– Cosa distingue questa resistenza dalle precedenti ondate di opposizione?
”La differenza principale è l’organizzazione. Le proteste precedenti erano per lo più spontanee. Questa resistenza, invece, dispone di una struttura, un programma, una leadership e una presenza capillare in tutte le 31 province dell’Iran. Inoltre, per la prima volta, un movimento guidato da donne propone un piano definito per la fase di transizione”.

– Che cosa sono le “unità di resistenza” e come operano?
“Si tratta di una rete composta da cittadini provenienti da diversi contesti sociali—studenti, lavoratori, insegnanti—che, nonostante la repressione, portano avanti un’attività organizzata. Scrivono slogan, diffondono informazioni, organizzano proteste e proteggono i manifestanti. Secondo alcune stime, nel solo 2025 avrebbero realizzato oltre 4.000 azioni contro apparati repressivi”.

– Qual è l’obiettivo strategico di queste azioni?
“L’obiettivo è duplice: da un lato dimostrare che la resistenza è possibile e che il regime può essere messo in discussione; dall’altro logorare progressivamente la capacità repressiva dall’interno. Anche le azioni più piccole si inseriscono in una strategia più ampia”.

– Qual è stato il loro ruolo nelle proteste del gennaio 2026?
“Secondo diverse fonti, le unità di resistenza avrebbero realizzato circa 630 operazioni, contribuendo alla mobilitazione in circa 220 città. Hanno avuto un ruolo nell’organizzazione delle proteste e nella protezione dei partecipanti. Si stima che oltre 2.000 membri siano stati arrestati o risultino dispersi”.

– Che significato ha avuto l’operazione del 23 febbraio contro un complesso legato alla leadership iraniana?
“L’operazione, condotta da circa 250 membri, dimostrerebbe la capacità di agire anche in aree altamente protette. Non si tratta solo di un gesto simbolico, ma di un’azione con una concreta dimensione operativa”.

– Indica una reale debolezza dell’apparato di sicurezza o è soprattutto un messaggio politico?
“Entrambe le cose. L’operazione suggerisce un certo livello di penetrazione nelle strutture di sicurezza. Inoltre, il silenzio delle autorità su dettagli specifici può essere interpretato come significativo”.

– Qual è il costo umano di questa resistenza?
“È estremamente elevato. Secondo alcune stime, oltre 120.000 persone tra membri e sostenitori sarebbero state giustiziate negli ultimi decenni. Migliaia restano detenute. Questo livello di repressione riflette la natura del sistema e l’intensità dello scontro”.

– La repressione è riuscita a fermare le proteste?
“Non le ha eliminate, ma solo temporaneamente contenute. Il malcontento rimane e ogni fase repressiva rischia di alimentarlo ulteriormente”.

– Si sta creando una convergenza tra proteste popolari e resistenza organizzata?
“Sì, ed è proprio questo che preoccupa maggiormente il regime. Le esecuzioni rapide, le restrizioni su internet e la presenza massiccia delle forze di sicurezza indicano che la principale sfida è interna, non esterna”.

– Qual è lo stato d’animo della società iraniana oggi?
Un mix di stanchezza, rabbia e speranza. Dopo anni di crisi, cresce anche l’aspettativa di cambiamento”.

– Come risponde allo scetticismo verso i Mojahedin?
“È utile interrogarsi sull’origine di questo scetticismo. Il livello di propaganda contro questo movimento è elevato e spesso riflette il ruolo centrale che esso occupa nello scenario politico iraniano”.

– Quali garanzie esistono per il futuro democratico dell’Iran?
“Un riferimento è il piano in dieci punti proposto dalla leadership della resistenza, che prevede democrazia, laicità, uguaglianza di genere, abolizione della pena di morte ed elezioni libere, oltre a una fase di transizione limitata nel tempo”.

– Qual è il suo messaggio ai governi europei e all’Italia?
“Il momento delle scelte è cruciale. I Paesi che si impegnano nelle fasi di transizione contribuiscono a costruire relazioni durature. L’Italia, in particolare, ha una tradizione di relazioni che potrebbe essere ulteriormente sviluppata”.

– E al popolo italiano?
“Il popolo italiano conosce il valore della libertà e il prezzo necessario per conquistarla. Anche il popolo iraniano ha maturato questa consapevolezza. Ciò che accade in Iran non riguarda solo una crisi regionale, ma valori universali: libertà, dignità umana e diritto all’autodeterminazione”.