di Giuseppe Gagliano –
Il dibattito interno all’amministrazione americana su un possibile attacco contro l’Iran rivela una frattura classica tra logica militare e logica politica. Da un lato, il presidente Donald Trump valuta l’opzione militare come uno strumento per neutralizzare definitivamente la minaccia nucleare iraniana e riaffermare la credibilità strategica americana. Dall’altro, il capo di stato maggiore congiunto, generale Dan Caine, ha chiarito che un’operazione contro Teheran potrebbe trasformarsi rapidamente in un conflitto prolungato, difficile da controllare e ad alto costo politico e militare.
Il punto centrale non è la capacità degli Stati Uniti di colpire l’Iran, ma ciò che accadrebbe dopo. La superiorità militare americana garantisce la possibilità di infliggere danni significativi alle infrastrutture iraniane, ma non garantisce la stabilizzazione del sistema regionale né la neutralizzazione della capacità di risposta iraniana.
L’Iran non ha bisogno di vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti. La sua strategia si basa su un principio diverso: aumentare il costo politico, economico e umano del conflitto fino a renderlo insostenibile per Washington.
Teheran dispone di uno strumento decisivo: la capacità di condurre una guerra asimmetrica. Attraverso droni, missili e reti paramilitari, l’Iran può colpire basi americane nel Golfo, infrastrutture energetiche e rotte marittime strategiche. Il punto più vulnerabile è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una parte essenziale delle forniture energetiche globali.
Anche una perturbazione temporanea del traffico nello stretto potrebbe produrre un’impennata dei prezzi del petrolio con conseguenze globali.
Il vero campo di battaglia non sarebbe soltanto militare, ma economico. Un conflitto con l’Iran potrebbe provocare uno shock energetico paragonabile alle grandi crisi petrolifere del passato. L’aumento dei prezzi del petrolio colpirebbe direttamente le economie occidentali, aggravando inflazione e instabilità finanziaria.
Questo rappresenta uno dei principali strumenti di deterrenza iraniani. Teheran non può distruggere militarmente gli Stati Uniti, ma può contribuire a destabilizzare l’economia globale, aumentando il costo politico della guerra per Washington.
In questo senso, l’Iran utilizza la propria posizione geografica come una leva strategica.
Israele rappresenta uno degli attori più favorevoli a un’azione militare contro l’Iran. Per il governo di Benjamin Netanyahu, la neutralizzazione del programma nucleare iraniano è una priorità esistenziale e politica. Un attacco americano consentirebbe a Israele di eliminare una minaccia strategica senza affrontarne direttamente i costi principali.
Tuttavia, gli Stati Uniti devono considerare non solo la dimensione militare, ma anche quella politica interna. Una guerra impopolare, soprattutto in un contesto economico fragile, potrebbe produrre conseguenze politiche significative per la leadership americana.
Il pericolo maggiore non è una sconfitta militare immediata, ma un conflitto senza fine. L’Iran ha sviluppato una strategia basata sulla resilienza, sulla dispersione delle proprie capacità militari e sulla possibilità di condurre operazioni indirette attraverso alleati regionali.
Questo significa che anche un attacco militare efficace non eliminerebbe la capacità iraniana di reagire.
La guerra diventerebbe un processo, non un evento.
La scelta americana rappresenta uno dei momenti più critici dell’attuale equilibrio geopolitico. Un attacco contro l’Iran non sarebbe un’operazione isolata, ma un evento capace di ridefinire gli equilibri energetici, militari e politici globali.
La vera domanda non è se gli Stati Uniti possano vincere una guerra contro l’Iran. La vera domanda è se possano controllarne le conseguenze.
Perché nella guerra moderna, la vittoria militare non coincide più necessariamente con la vittoria strategica.



