LOS ANGELES — Divisa carceraria color kaki, le caviglie incatenate, il volto immobile per tutte le tre ore dell’udienza. Quando gli agenti si sono avvicinati per ammanettarlo, l’uomo di 74 anni seduto al banco degli imputati ha trovato solo il tempo di un gesto: un saluto con la mano ai familiari, in aula per lui, prima di essere portato via.

Quell’uomo è Samir Ousman Alsheikh, ex direttore del carcere di Adra — la prigione centrale di Damasco, la più grande della Siria — e giovedì un tribunale federale di Los Angeles lo ha condannato a 60 anni di carcere per le torture inflitte ai detenuti tra il 2005 e il 2008, riferisce l’Associated Press. È il più alto ex funzionario del regime di Bashar al-Assad processato e condannato di persona fuori dalla Siria. «Una condotta atroce, di una crudeltà inimmaginabile, di una violenza e brutalità quasi indicibili», ha detto il giudice federale Hernan D. Vera prima di leggere la sentenza.

La giuria lo aveva dichiarato colpevole il 16 marzo su tutti e sei i capi d’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla tortura, tre episodi di tortura, frode sul visto e tentata frode nella naturalizzazione. Perché un tribunale americano giudica crimini commessi in una prigione siriana? Perché la legge federale degli Stati Uniti consente di processare per torture compiute all’estero chi si trova sul suolo americano: Alsheikh era entrato nel Paese nel 2020 e fu arrestato nel luglio 2024 all’aeroporto internazionale di Los Angeles, dopo aver chiesto la cittadinanza.

Il «tappeto volante»

Al processo hanno testimoniato tre vittime. Hanno descritto il «Flying Carpet», il tappeto volante: un dispositivo di legno incernierato che piegava in due il corpo all’altezza della vita — un testimone ha raccontato che Alsheikh premeva col piede per aumentare il dolore —, le sospensioni per ore o giorni a manette fissate al soffitto, i pestaggi con le vittime immobilizzate dentro copertoni, le celle minuscole, sporche, fredde, infestate dagli insetti. Tutti e tre finirono nel settore sotterraneo detto «Ala 13»: due avevano rifiutato l’ordine di aggredire prigionieri politici, al terzo le guardie avevano intercettato una lettera di solidarietà a un detenuto politico.

In aula, il figlio Rami ha difeso il padre: le accuse «non avevano e non hanno senso per noi, conoscendo l’uomo che amiamo». L’imputato, parlando tramite un interprete in una dichiarazione confusa, ha sostenuto di aver combattuto la corruzione e «ripulito» Adra, di non essere mai stato un fedelissimo di Assad e di aver «soltanto servito come impiegato». La difesa ha annunciato appello; nei prossimi mesi un’altra udienza fisserà i risarcimenti alle vittime.

Il Dipartimento di Giustizia ha rivendicato il valore del precedente: Alsheikh «ora risponde al sistema giudiziario degli Stati Uniti», ha detto il vice procuratore generale aggiunto per la Divisione penale, mentre il procuratore facente funzione della California centrale ha avvertito che chi infligge una «brutalità selvaggia» non deve trovare rifugio in America. Il messaggio, più che a Damasco, è diretto alla diaspora dei funzionari del vecchio regime riparati in Occidente: l’anonimato di una nuova vita non basta più a proteggerli.

Un dettaglio, nel comunicato ufficiale, allarga il campo ben oltre la California: i ringraziamenti alla polizia criminale federale tedesca, che ha organizzato in Germania gli incontri con molti dei testimoni. Sono i sopravvissuti delle carceri siriane, oggi rifugiati in Europa, la memoria vivente su cui questi processi si reggono — e la Germania ne custodisce l’archivio più grande.