La cattura da parte iraniana di un veicolo subacqueo autonomo statunitense nello Stretto di Hormuz apre un nuovo capitolo della competizione tecnologica e militare nel Golfo Persico. L’episodio ha un peso materiale limitato, ma offre a Teheran un’importante opportunità sul piano propagandistico e, potenzialmente, informazioni utili sulle capacità americane di sorveglianza subacquea.
Secondo il Pentagono, il mezzo aveva subito un’avaria più di ventiquattro ore prima del recupero iraniano e non trasportava apparecchiature riservate né informazioni sensibili. Anduril Industries, l’azienda produttrice, ha confermato la perdita sottolineando che il sistema era stato progettato anche per missioni nelle quali il recupero non può essere garantito.
La versione iraniana presenta naturalmente l’episodio in maniera differente. Teheran descrive il mezzo come uno dei più avanzati sistemi subacquei statunitensi e sostiene di averlo recuperato intatto in un’area sottoposta a una stretta sorveglianza delle proprie forze.
La retorica iraniana, arrivata a sostenere che le proprie capacità di controllo consentirebbero di percepire persino “gli starnuti dei gamberi”, punta a trasformare la cattura in una dimostrazione della vulnerabilità americana nello stretto.
In assenza di una verifica indipendente, non è possibile stabilire quali apparecchiature e quali informazioni siano effettivamente rimaste a bordo. Il vantaggio propagandistico iraniano è però evidente: mostrare un sistema statunitense nelle mani delle proprie forze permette a Teheran di contestare l’immagine di una superiorità tecnologica americana incontrastata nelle acque di Hormuz.
Il mezzo catturato sarebbe un Dive-LD, veicolo subacqueo autonomo lungo circa sei metri, progettato per missioni di ricognizione, mappatura dei fondali e individuazione delle mine. Secondo le caratteristiche dichiarate dal produttore, può raggiungere profondità considerevoli e operare autonomamente per diversi giorni.
Il valore di un sistema di questo tipo non risiede soltanto nello scafo o nella propulsione. Per gli specialisti iraniani potrebbero risultare interessanti l’architettura della navigazione autonoma, la gestione dell’energia, i sistemi di comunicazione, i materiali utilizzati, la riduzione della firma acustica e le procedure attraverso le quali il mezzo raccoglie ed elabora informazioni senza mantenere un collegamento permanente con una nave madre.
Anche nell’ipotesi in cui le apparecchiature più sensibili fossero state eliminate, protette o rese inutilizzabili, l’esame dell’architettura interna potrebbe fornire indicazioni sulle scelte progettuali e sulle modalità operative statunitensi.
Questo non significa che l’Iran possa semplicemente copiare il mezzo. L’ingegneria inversa permette di comprendere alcune soluzioni tecnologiche, ma non fornisce automaticamente materiali, processi produttivi, componentistica, programmi informatici e competenze industriali necessari per riprodurre un sistema complesso.
È inoltre possibile che il veicolo incorpori procedure destinate a cancellare informazioni o rendere inutilizzabili alcune componenti in caso di perdita.
Il maggiore vantaggio per Teheran potrebbe quindi consistere non nella riproduzione del Dive-LD, ma nella comprensione delle sue caratteristiche operative: modalità di comunicazione, comportamento in caso di avaria, vulnerabilità elettroniche e criteri utilizzati durante le missioni di ricognizione.
Conoscere il funzionamento di un sistema avversario può infatti aiutare a sviluppare contromisure anche senza essere in grado di costruirne uno equivalente.
Il precedente più significativo risale al dicembre 2011, quando l’Iran recuperò un velivolo statunitense da ricognizione RQ-170 Sentinel. Teheran dichiarò successivamente di averne studiato la configurazione, i sistemi e alcune caratteristiche tecnologiche, presentando negli anni successivi velivoli chiaramente ispirati al modello americano.
Sarebbe però eccessivo attribuire a quell’unico episodio lo sviluppo dell’intera industria iraniana dei velivoli senza pilota. Le capacità di Teheran derivano da decenni di ricerca, acquisizioni di componenti stranieri, adattamenti tecnologici e sperimentazione operativa. L’RQ-170 rappresentò soprattutto un’importante opportunità per studiare direttamente una tecnologia americana avanzata.
Qualcosa di simile potrebbe verificarsi con il sistema catturato a Hormuz. L’Iran dispone già di sommergibili tascabili, mine navali, siluri, imbarcazioni veloci e sistemi subacquei senza equipaggio. Il Dive-LD potrebbe quindi essere utilizzato per migliorare singole tecnologie o come riferimento per sviluppare sistemi meno sofisticati, ma più economici e producibili in quantità maggiori.
È un approccio coerente con la strategia militare iraniana: non necessariamente raggiungere la superiorità tecnologica occidentale, ma individuare soluzioni sufficientemente efficaci da essere riprodotte su larga scala e utilizzate nell’ambito di una strategia asimmetrica.
L’episodio mostra soprattutto che la competizione per lo Stretto di Hormuz non si svolge soltanto sulla superficie o nello spazio aereo. Sui fondali si sviluppa una guerra meno visibile basata su sensori, sistemi di ascolto, mine, cavi e veicoli autonomi.
Gli Stati Uniti hanno interesse a conoscere continuamente le caratteristiche dell’ambiente subacqueo per individuare eventuali mine, proteggere le proprie unità navali e mantenere aperte le rotte commerciali. L’Iran cerca invece di trasformare lo stretto in uno spazio nel quale la presenza avversaria possa essere individuata, disturbata e, quando possibile, neutralizzata.
La perdita di un singolo mezzo, anche del valore di alcuni milioni di dollari, sarebbe economicamente sostenibile per Washington. Più importante sarebbe invece la capacità iraniana di localizzare sistematicamente questi sistemi e impedirne le missioni.
Se Teheran riuscisse a ridurre l’efficacia della ricognizione subacquea americana, potrebbe complicare eventuali operazioni di sminamento e la protezione delle petroliere e delle unità militari in uno dei passaggi marittimi più sensibili del mondo.
È proprio qui che l’episodio assume una dimensione geoeconomica. Attraverso Hormuz transita una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Non è necessario interrompere completamente il traffico perché una crisi produca effetti economici: è sufficiente aumentare il rischio percepito per incidere sui premi assicurativi, sui noli e, potenzialmente, sulle quotazioni energetiche.
La cattura rappresenta anche un problema d’immagine per Anduril, una delle aziende simbolo della nuova industria americana della difesa basata sull’autonomia e sull’intelligenza artificiale. La natura sacrificabile di determinati sistemi costituisce una caratteristica delle nuove dottrine militari, nelle quali la perdita di una piattaforma può essere accettata se il costo rimane contenuto.
Il problema cambia però quando il sistema sacrificato non viene distrutto, ma finisce nelle mani dell’avversario. In quel caso al costo materiale si aggiunge il rischio che componenti, soluzioni ingegneristiche e procedure operative possano essere analizzate.
Per l’Iran il possibile vantaggio è quindi triplice: ottenere un sistema da studiare, conseguire un risultato propagandistico e dimostrare la capacità di sorvegliare le acque di Hormuz. Non può inoltre essere escluso che eventuali informazioni tecnologiche ricavate dal mezzo possano essere condivise con partner come Russia o Cina, anche se al momento ciò rimane soltanto un’ipotesi.
La cattura del Dive-LD non modifica da sola i rapporti di forza militari nel Golfo. Mostra però quanto il controllo dello Stretto di Hormuz dipenda ormai anche da una competizione tecnologica combattuta sotto la superficie.
È sui fondali che possono essere individuate o posate mine, mappati i corridoi di navigazione, installati sensori e raccolte informazioni indispensabili per mantenere aperto o rendere insicuro lo stretto. La guerra di Hormuz, quindi, non si combatte soltanto con missili, navi e velivoli: una parte decisiva dello scontro avviene lontano dalle telecamere, sotto la superficie delle acque attraverso le quali passa una quota fondamentale dell’energia mondiale.




