KINSHASA — Il virus ha fatto un salto che nessuna mappa del contagio prevedeva. Giovedì il governatore ad interim del Sud-Ubangi, provincia del nord-ovest della Repubblica Democratica del Congo, Jean-René Galekwa Vundawe, ha dichiarato l’epidemia di Ebola nel suo territorio dopo che i test di laboratorio hanno confermato il ceppo Bundibugyo su un campione: lo riferisce Xinhua, l’agenzia di Stato cinese. È la settima provincia colpita. E non confina con nessuna delle altre sei.
Come sia arrivato fin lì, nessuno lo sa: le autorità non hanno indicato né la fonte del contagio né un anello epidemiologico con i focolai esistenti. È il segnale che il tracciamento ha perso il filo — il virus viaggia più veloce delle squadre che lo inseguono. L’epidemia, dichiarata il 15 maggio nell’est del Paese, è già la più grave mai registrata in Congo: oltre 3.300 morti su più di 6.800 casi confermati in meno di quattro mesi.
I numeri raccontano un’accelerazione costante. Il centro europeo per il controllo delle malattie, l’agenzia dell’Unione con sede a Stoccolma, contava al 6 settembre 6.686 casi e 3.226 decessi, con 819 ricoverati in isolamento: in un solo giorno, 82 nuovi contagi e 51 morti. Ma il dato che più allarma è la letalità, salita dal 20% circa di inizio giugno al 46%. «Normalmente la letalità dovrebbe scendere man mano che il tracciamento migliora», ha spiegato ad Al Jazeera l’esperto di sanità pubblica di Medici Senza Frontiere in Congo, «invece continuiamo a vedere molti casi individuati tardissimo, molti solo dopo la morte in comunità».
Nessun vaccino disponibile
Perché questa epidemia è più difficile delle precedenti? Perché il ceppo Bundibugyo non ha né vaccini né terapie autorizzati: quelli esistenti funzionano solo contro il ceppo Zaire, e le poche sperimentazioni in corso hanno dato finora evidenze solo sugli animali. Intanto il contagio si allarga: l’Organizzazione mondiale della sanità è passata dal monitorare una sola zona sanitaria a 54, con due morti nella vicina Uganda e tre guariti curati in Europa, due in Germania e uno in Francia.
L’allarme delle Nazioni Unite è ormai esplicito. «Ebola sta vincendo nella Repubblica Democratica del Congo. Non possiamo lasciare che il virus superi la nostra risposta», ha detto il sottosegretario Onu per gli affari umanitari Tom Fletcher, chiedendo «velocità, scala e solidarietà prima che il virus ci sfugga ancora di più». Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus è andato oltre: ai ritmi attuali, ha avvertito, l’epidemia può superare quella dell’Africa occidentale del 2014-2016, che fece oltre 11.000 morti.
È la diciassettesima epidemia di Ebola nella storia congolese, arrivata a soli cinque mesi dalla fine della precedente. Il 17 agosto ha superato il bilancio di quella del 2018-2020 nell’est del Paese, che con 2.299 vittime era rimasta la peggiore. L’origine probabile è Mongbwalu, zona di miniere d’oro in Ituri ad altissima mobilità di persone: i primi contagi risalirebbero a fine aprile, forse addirittura all’inverno. Attorno, tutto congiura contro la risposta sanitaria: il conflitto armato nell’est, ai confini con Uganda, Ruanda e Sud Sudan, un sistema sanitario fragile, aree remote e popolazioni in continuo movimento.
Il virus, del resto, porta il nome di questo Paese. Fu identificato per la prima volta nel 1976 in un villaggio dell’allora Zaire, vicino a un piccolo fiume del nord chiamato Ebola. Cinquant’anni dopo è tornato a casa, più forte di quanto sia mai stato.



