LUBIANA — Due anni fa la Slovenia riconosceva lo Stato di Palestina, vietava le importazioni dagli insediamenti e chiudeva le frontiere a Benjamin Netanyahu. Mercoledì lo stesso Paese ha accolto la prima ambasciata residente di Israele nella sua storia — finora gli affari israeliani a Lubiana passavano dall’ambasciata di Vienna — mentre migliaia di persone sfilavano in corteo davanti all’hotel della cerimonia e l’opposizione depositava in Parlamento la richiesta di destituzione del premier.
«Questa è la prima ambasciata residente in Slovenia, è davvero un giorno storico», ha detto il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, arrivato per una visita di due giorni con una delegazione di imprenditori, riferisce l’Associated Press. Ad accoglierlo l’omologo sloveno Tone Kajzer, con cui ha firmato un accordo di cooperazione su istruzione, scienza, cultura e sport. Saar ha rilanciato: Israele è «l’unica democrazia in Medio Oriente», anzi «la fortezza in prima linea della civiltà occidentale».
Fuori, un’altra Slovenia. Migliaia di manifestanti hanno attraversato il centro sotto un forte presidio di polizia, con gli striscioni «Il genocidio non è autodifesa»; centinaia si sono radunati davanti alla nuova sede dell’ambasciata per chiederne la chiusura immediata. «Questo fa fare alla Slovenia una pessima figura», ha detto all’agenzia France Presse una pensionata di 65 anni in corteo.
La resa dei conti in Parlamento
Lo stesso mercoledì il Movimento Libertà dell’ex premier liberale Robert Golob e il partito della Sinistra hanno depositato la richiesta di messa in stato d’accusa — l’impeachment sloveno — contro il premier nazionalista Janez Jansa, chiedendo anche la rimozione del ministro Kajzer. L’accusa: una politica estera al servizio degli interessi di Israele, con l’ambasciata definita «una restituzione del favore» per il presunto sostegno israeliano a Jansa alle elezioni di marzo. «Un altro passo nella stessa direzione: allontanarsi dal diritto internazionale», ha detto Golob.
Jansa, tornato al potere a giugno, ha fatto della rottura col predecessore una bandiera. Appena insediato ha rimosso il vessillo palestinese dal palazzo del governo, dove sventolava accanto a quelli sloveno, europeo e ucraino; poi ha revocato in blocco le misure dell’era Golob — embargo sulle armi, stop all’import dagli insediamenti, divieto d’ingresso per Netanyahu e due suoi ministri — e ad agosto ha annacquato una dichiarazione dell’Unione europea sugli insediamenti. «Il solo danno economico dovuto alle politiche antisemite della coalizione Golob è enorme», ha scritto su X in settimana.
Ma il Paese non lo segue. Un sondaggio del quotidiano Delo di giugno dà il 56 per cento degli sloveni contrario a legami più stretti con Israele, appena il 14 favorevole. E l’ex presidente Danilo Turk, docente di diritto internazionale all’Università di Lubiana, accusa: la Slovenia è «diventata uno strumento della politica israeliana».
Perché tanto investimento su un Paese di due milioni di abitanti? Perché il tempismo dice tutto. Ventiquattr’ore prima dell’inaugurazione il Regno Unito aveva vietato il commercio con gli insediamenti in Cisgiordania, con Francia e Canada pronte a misure analoghe, e Israele aveva risposto annunciando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme. Per un governo israeliano sempre più isolato nel continente, la piccola Slovenia vale molto più della sua taglia: è la prova, da esibire, che il fronte europeo si può spezzare. La bandierina piantata a Lubiana era un messaggio per Londra, Parigi e Bruxelles.
