DALLAS — Ha aspettato che la platea dell’American Airlines Center gli rispondesse in coro. «C’è qualcuno qui che pensa che l’Iran debba avere un’arma nucleare? Qualcuno?». «No!», hanno urlato mercoledì sera i delegati repubblicani riuniti a Dallas per la convention di metà mandato. Solo allora Donald Trump ha calato la promessa preparata per la serata: la guerra con l’Iran «sarà finita molto poco dopo le elezioni», riferisce NBC News.
A meno di due mesi dal voto del 3 novembre, con il greggio tornato sopra i 100 dollari al barile per i combattimenti che minacciano i flussi petroliferi del Golfo, il presidente americano lega così la fine del conflitto — aperto il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele — al calendario elettorale. Non una data, non un piano: una scadenza politica.
Il copione era stato provato poche ore prima, con i giornalisti a bordo dell’aereo presidenziale in volo verso il Texas. Teheran? «Sono disperati, cercano di influenzare le elezioni, così da farci ritrovare un bel gruppetto di gente debole che li lasci in pace e li lasci avere la bomba». Il regime, ha sostenuto, è vicino al collasso e chiederà la fine delle ostilità «immediatamente dopo il voto». E il petrolio, «subito dopo le elezioni, crollerà». Solo sui prezzi dei carburanti una concessione al realismo: «Penso che ci vorrà un po’ più a lungo delle elezioni di metà mandato».
La partita vera, infatti, si gioca alla pompa di benzina: è lì che gli elettori americani misurano ogni giorno il costo di un conflitto che la Casa Bianca ha sempre minimizzato. Il vicepresidente JD Vance aveva chiesto di non chiamarla nemmeno «una guerra», Trump l’aveva liquidata come «piccola cosa». Ma con il barile a tre cifre la piccola cosa è entrata nelle tasche di tutti.
Pickaxe Mountain
Intanto il presidente ha rinnovato la minaccia di colpire Pickaxe Mountain, la «montagna del piccone», avvertendo Teheran di «non fare i furbi». Il sito — in persiano Kuh-e Kolang Gaz La, nella provincia di Isfahan, 220 chilometri a sud di Teheran e ad appena 2 chilometri da Natanz — custodisce camere scavate a oltre 100 metri di profondità sotto il granito. Gli analisti dell’Institute for Science and International Security lo giudicano ancora in costruzione e non operativo, ed è rimasto intatto nei raid americani del giugno 2025 su Fordow, Natanz e Isfahan. «Faremo fuori Pickaxe Mountain. Dite agli iraniani di prepararsi», aveva annunciato Trump a metà luglio; il 4 settembre, dall’Ufficio Ovale, aveva aggiunto che gli Stati Uniti sanno «tutto di chi si muove a Pickaxe». Lo stato maggiore iraniano ha replicato che bombardare la montagna significherebbe riaprire la guerra in tutta la regione.
Sul terreno, intanto, l’escalation non aspetta il voto. Funzionari americani citati dalla BBC riferiscono di danni limitati causati dai missili iraniani sulla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania; media iraniani sostengono che quattro missili americani abbiano colpito una petroliera al largo dell’isola di Kharg (da cui passa il 90% dell’export di greggio di Teheran). Il negoziato sul nucleare è fermo da metà agosto, quando è scaduta senza risultati la finestra di 60 giorni.
Il calcolo politico, alla fine, è tutto qui. Trump chiede agli elettori di credere che pace e benzina a buon mercato arrivino subito dopo le urne, e trasforma ogni missile iraniano in un tentativo di manipolare il voto americano. È una promessa che prima del 3 novembre non costa nulla. Il conto, se mai arriverà, si pagherà dopo.
