PARIGI — Thomas Pesquet, 48 anni, ex pilota di linea diventato l’astronauta più popolare d’Europa, tornerà nel 2027 sulla Stazione spaziale internazionale. Non su un mezzo europeo, però: volerà con Vast, azienda privata californiana, in collaborazione con la Nasa. Perché un veicolo europeo capace di portare esseri umani in orbita, semplicemente, non esiste.

È questa dipendenza che Emmanuel Macron ha promesso giovedì di archiviare. Nella giornata conclusiva dell’International Space Summit — il vertice che per due giorni ha riunito al Grand Palais circa 2.000 partecipanti da 120 Paesi — il presidente francese ha dettato un calendario preciso: «Voglio vedere la prima capsula cargo europea, Nyx, attraccare alla Stazione spaziale internazionale entro due anni; in cinque anni il primo lander lunare europeo, Argonaut, toccare la superficie della Luna; e in dieci anni la prima capsula europea con equipaggio partire da Kourou», la base di lancio europea in Guyana francese. «L’Europa deve volare con i propri equipaggi».

Con quali soldi? Al vertice sono stati annunciati circa 20 miliardi di euro di investimenti per l’industria spaziale del continente, riferisce France 24, che si sommano al bilancio record da 22,3 miliardi approvato dall’Agenzia spaziale europea per il prossimo triennio. Il suo direttore generale, l’austriaco Josef Aschbacher, ha ricordato che «i satelliti vengono ormai utilizzati giorno dopo giorno»: dalle previsioni del tempo alla navigazione, l’orbita è diventata infrastruttura quotidiana.

Ma il passaggio più politico del discorso riguarda gli appalti. Macron ha rivendicato una «preferenza europea» piena — «non è una parolaccia né protezionismo, è il rifiuto di essere ingenui» — chiedendo di riservare «l’intero mercato istituzionale europeo, senza eccezioni» agli operatori del continente. Il bersaglio, mai nominato, sta oltre Atlantico: SpaceX e Blue Origin, i due colossi americani che dominano i lanci commerciali, hanno snobbato il vertice parigino.

Satelliti e telefoni

C’è poi la partita delle telecomunicazioni. Macron ha chiesto a operatori e industrie di costruire entro il 2030 un’alleanza europea per il collegamento diretto tra satellite e telefono, senza passare da antenne a terra: «In dieci anni gli europei devono avere connettività comparabile al 5G in ogni luogo, senza zone d’ombra. È una questione di sovranità e un’opportunità economica».

Il presidente ha parlato anche da capo di Stato di una potenza nucleare. «Lucidità impone di riconoscere che lo spazio non è più un santuario», ha detto, osservando che nonostante il Trattato del 1967 — l’accordo dell’Onu che vieta le armi di distruzione di massa in orbita — lo spazio «resta l’unico grande bene comune globale non soggetto a una regolazione commisurata alle sfide». Da qui l’appello a una conferenza internazionale per scrivere una road map sul coordinamento del traffico spaziale, sempre più affollato di costellazioni e detriti.

Lo stesso Macron non si nasconde le debolezze del progetto: «Il nostro programma spaziale europeo resta fragile, dobbiamo intensificare gli sforzi», ha ammesso, secondo l’agenzia France Presse. E il calendario ha una postilla che al Grand Palais nessuno ha pronunciato: il suo mandato scade a maggio 2027. Quando Pesquet decollerà — su una capsula americana — a difendere la promessa dei dieci anni, all’Eliseo, ci sarà qualcun altro.