Monfregola, ‘Merkel, maestra del compromesso’

'Il merkelismo è stato il culmine dell’opera di Kohl'.

a cura di Gianluca Vivacqua

Angela Dorothea Merkel vista con gli occhi dell’ex presidente Usa Barack Obama (citiamo dalle sue Memorie, pubblicate in Italia da Garzanti e tradotte da Galli, Lucca e Maugeri): “Figlia di un pastore luterano, Angela Merkel era cresciuta nella Germania Orientale comunista e, mantenendo un basso profilo, aveva conseguito un dottorato in Chimica quantistica. Era entrata in politica solo dopo la caduta della Cortina di ferro, scalando con metodo posizioni su posizioni del principale partito di centro-destra, l’Unione cristiano-democratica di Germania (CDU), e mettendo in mostra una combinazione di capacità organizzative, acume strategico e incrollabile pazienza. Dai suoi occhi grandi, di un azzurro luminoso, poteva trasparire di volta in volta un accenno di frustrazione. Per il resto, l’aspetto imperturbabile rifletteva la sua sensibilità analitica e concreta. Diffidava notoriamente delle esternazioni emotive o delle esagerazioni retoriche (…)”. Basso profilo, determinazione di ferro, metodicità, ingegno analitico: con queste doti la piccola scienziata di Amburgo è riuscita per un quindicennio a dominare la politica tedesca ed europea. Ora sta per lasciare, e si chiude un’era. La Germania e il resto del continente sentiranno la sua mancanza? Si è trattato di un unicum nella storia della Germania e dell’Ue o si possono istituire dei paralleli con altre/altri leader della storia dell’Europa contemporanea? Ne parliamo con un esperto, Lorenzo Monfregola, giornalista freelance di geopolitica che di Germania si occupa in maniera particolare. Scrive per Aspenia, Il Tascabile, Eastwest, Il Grand Continent e altri.

– Monfregola, nella storia europea Angela Merkel si può definire una seconda Thatcher?
“Direi di no. Ci sono differenze sostanziali. Ovviamente ci sono anche delle analogie, e possiamo partire da quelle. La prima è che sia Thatcher sia Merkel sono state le prime donne a imporsi in due storici partiti di centrodestra come il Conservative Party e la CDU. La seconda analogia è che entrambe hanno governato talmente a lungo da definire un’intera fase della storia del proprio paese. Le differenze, però, restano appunto numerose e importanti. Sono differenze di stile politico e, soprattutto, sono differenze definite dalla radicale diversità di contesto geopolitico in cui le due leader si sono mosse. Margaret Thatcher era una leader della Guerra Fredda, cioè di un’era in cui gli schieramenti erano molto chiari e definiti. Lo stile di Thatcher è quindi sempre stato conflittuale, spesso divisivo, con prese di posizione molto specifiche, incluso il suo “No, no, no” all’evoluzione dei poteri UE. Angela Merkel, invece, è stata ed è una leader emersa dalla fine della Guerra Fredda e dalla Riunificazione tedesca, cioè da un’era in cui gli schieramenti geopolitici si sono rivelati progressivamente più ambivalenti e più intrecciati. Lo stile di Merkel è stato quindi sempre attendista, pronto al compromesso, con posizionamenti che hanno neutralizzato gli avversari tramite l’assorbimento parziale piuttosto che tramite uno scontro diretto. Ovviamente, poi, la differenza tra le due leader è anche definita dall’enorme diversità storica tra i due paesi: è molto diverso essere a capo del Regno Unito o della Germania. Ancora oggi il Regno Unito è potenza strategica che può pubblicamente rivendicare i propri obiettivi internazionali, mentre la Germania resta potenza geo-economica che però rifugge da decenni qualsiasi discorso omogeneo di profondità geo-strategica. Thatcher ha così potuto cercare consenso addirittura permettendosi una guerra, quella delle Malvinas o Falklands, mentre Merkel è sempre stata ultra-multilateralista e tende notoriamente a evitare di trattare eccessivamente i dossier militari (nonostante questi siano ormai diventati urgenti anche per il futuro della Germania). Nel confronto tra Thatcher e Merkel c’è poi anche da citare la questione economica. Anche qui ci sono differenze sostanziali. Le liberalizzazioni e le privatizzazioni di Thatcher sono state profondamente conflittuali, con un livello di scontro sociale che sarebbe di fatto istituzionalmente e socialmente impossibile in Germania. Merkel ha invece letteralmente ereditato dai governi a guida SPD di Schröder le liberalizzazioni e le riforme del welfare che hanno reso la Germania più competitiva nei mercati globali (seppur a costo di una depressione della domanda interna). Quindi anche in questo caso Merkel ha più che altro assorbito politiche altrui e poi, però, è stata incredibilmente capace di farne il perno della stabilizzazione e dello slancio tedeschi nello scenario di ultra-competitività della globalizzazione”.

– Nella politica della Merkel quali sono i reali confini tra europeismo e germanocentrismo?
“L’europeismo di Merkel è stato l’incontro tra l’interesse nazionale tedesco e la razionalità politica delle istituzioni UE. Angela Merkel ha in ultima analisi sempre protetto l’UE nella piena consapevolezza di quanto sia necessaria l’Unione per l’equilibrio economico e istituzionale della Repubblica Federale tedesca. In questo senso Merkel è sempre stata innanzitutto una servitrice tattico-strategica dello stato tedesco. Dati i vincoli profondissimi e inevitabili tra stabilità tedesca e stabilità europea, però, il risultato è che Merkel sia stata anche fondamentale per tenere pragmaticamente in piedi l’Unione Europea. Non c’è stato quindi negli anni un particolare slancio europeista di tipo idealista da parte di Merkel. Uno slancio europeista che ad esempio hanno invece in Germania partiti come la SPD o i Verdi. Quello che bisogna però capire è che questo slancio tedesco più europeista continua a essere percepito in Germania come già post-nazionale e non ha certamente un consenso totale nel paese. Quindi, proprio con la sua cautela tattica sul dossier UE, Merkel ha probabilmente fatto la sola cosa possibile per non perdere mai troppo consenso in Germania e presso i player decisivi dell’economia tedesca. A posteriori, possiamo dire che Merkel è stata sempre e innanzitutto tedesca ed è stata poi anche europeista ogni volta che fosse possibile o necessario. Il raggiungimento dell’accordo per il Recovery fund è emblematico in questo senso: l’accordo è arrivato su spinta tedesca proprio nel momento in cui Berlino (e Francoforte) hanno capito che una crisi dell’UE e dell’eurozona sarebbe stata insostenibile per la Germania. Ora chi verrà dopo Merkel, però, dovrà decidere se un provvedimento come il Recovery fund resterà una mossa una tantum o sarà invece un passo costituente verso una nuova organizzazione finanziaria europea. In merito all’UE, Merkel lascia così soprattutto questo quesito sul tavolo, legato alla faccenda mai risolta dell’unione finanziaria. La Kanzlerin è stata infatti una Cancelliera delle crisi, cioè ha sempre cercato di risolvere tutto il risolvibile, ma ha spesso rinunciato a visioni di lungo periodo, cioè ha anche sempre rimandato tutto il rimandabile”.

– In che cosa la Merkel può definirsi l’erede di Kohl?
“Nell’essere stata la Cancelliera della Riunificazione. Kohl ha gestito, nel bene e nel male, l’assorbimento della ex DDR nella Germania Ovest. Abbiamo già detto come poi la rimodulazione della Germania riunificata sia passata tramite la fase decisiva di riforma (e tagli sociali) dei governi Schröder. Ma lo strutturamento della Riunificazione di cui fu artefice Kohl è stato infine attuato da Merkel. E’ il merkelismo ad aver completato l’idea di Kohl che la Germania potesse riunificarsi in tempi record e con un passaggio diretto al capitalismo delle regioni orientali. Ed è stato il merkelismo ad aver contenuto sufficientemente le conflittualità e le disuguaglianze regionali-sociali interne, tramite una politica mercantilista legata al surplus commerciale. Le differenze tra ovest ed est tedeschi oggi permangono, come dimostra la territorializzazione orientale di un partito come AfD, ma l’unificazione è da tempo materialmente irreversibile.
Merkel è stata inoltre erede di Kohl anche nella fedeltà al multilateralismo e nel mantenimento della già citata cautela militare tedesca. Nel 1990 Kohl fece il giro di tutti i leader occidentali per rassicurare che la nuova grande Germania unita sarebbe stata sempre una potenza di pace. Ancora il giorno della Riunificazione Kohl assicurò che “La Germania non rivendicherà mai più nuovi territori e riconosce il carattere definitivo delle proprie frontiere”. Una promessa che oggi ci sembra roba scontata, ma che allora non lo era per niente. Contro la Riunificazione si schierò ai tempi proprio Thatcher, segnando di fatto un percorso che si è poi concluso con la stessa Brexit. Gli altri leader, invece, a partire da François Mitterrand, aprirono alla Riunificazione della Germania a patto che la nuova mega-potenza economica fosse contenuta nell’infrastruttura dell’euro. Ecco, se oggi guardiamo a Merkel, la Cancelliera ha formalmente mantenuto tutte le promesse internazionali fatte da Kohl. Dico formalmente perché poi l’idea di poter contenere un paese iper-produttivo come la Germania in una moneta era fisiologicamente impossibile, quindi Berlino ha quasi automaticamente trasformato la moneta unica anche in uno strumento del proprio export, con tutto quello che ne consegue.
Confrontando i due leader possiamo quindi dire che Kohl ha chiuso il Novecento tedesco riunificando la Germania, mentre Merkel è stata poi la leader che ha portato la Germania unita nel mondo multipolare del nuovo millennio. Merkel però ha solo guidato questa fase di passaggio e di metamorfosi. Non si sa invece di che tipo sarà la prima leadership tedesca che esprima interamente la contingenza del nuovo millennio”
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– Tornando al parallelo con Thatcher, il passaggio di consegne tra Merkel e Laschet sarà simile a quello tra Thatcher e Major?
“Ecco, questo nuovo leader tedesco interamente del nuovo millennio non sarà molto probabilmente Laschet. Se Merkel ha rappresentato una fase di cruciale passaggio storico, Laschet potrà al massimo definire temporaneamente la fase di passaggio interno dal merkelismo al post-merkelismo. La CDU ha scelto Laschet proprio perché è un politico esperto e molto abile, in linea con la razionalità a breve-medio termine dell’establishment del partito cristiano-democratico. Laschet era il più merkeliano dei tre candidati alla Presidenza CDU e, se dovesse diventare Cancelliere, potrà gestire il post-merkelismo senza eccessivi strappi, muovendosi per qualche anno con la stessa flessibilità e capacità di compromesso della Kanzlerin. Questo discorso ovviamente vale se Laschet verrà davvero candidato dalla CDU-CSU a nuovo Cancelliere e se la CDU riuscirà a conquistare il Cancellierato. Nessuna delle due cose è ancora scontata. Le elezioni del 14 marzo in Baden-Württemberg e in Renania-Palatinato sono andate molto male per i cristiano-democratici. Fino a pochi mesi fa le prossime elezioni nazionali tedesche sembravano più prevedibili di quanto lo siano adesso. Poi però sono arrivate la seconda e la terza ondata di Covid. Ondate pandemiche che, al contrario della prima, stanno mettendo a dura prova il sistema Germania e che, anche a causa dei ritardi tedeschi nella campagna vaccinale, stanno erodendo il consenso della CDU-CSU di governo. I giochi per le elezioni del 26 settembre sono di nuovo aperti.
Complessivamente, tornando al paragone con il passato inglese, più che chiedersi se un’eventuale cancelleria Laschet potrà essere come quella di Major, forse è utile domandarsi se all’orizzonte tedesco ci sia piuttosto una fase alla Tony Blair. Di questa prospettiva sembra convinta la parte più liberal della politica tedesca, che è certa che dopo il merkelismo la Germania si potrà compattare in una nuova leadership che unisca sincreticamente in un neo-capitalismo green istanze social-ambientaliste e necessità di competitività globale. Per questo oggi in tanti scommettono su una qualche forma di partecipazione al prossimo governo dei Grünen, i Verdi tedeschi. Sia nel mondo politico sia in quello economico-produttivo tedesco si punta attualmente su una Germania che riemerga nella competizione multipolare facendosi avanguardia europea di un nuovo green deal. Prospettiva che potrà rivelarsi vincente ma che sarà anche e comunque molto complessa. Come già detto, è Angela Merkel che teneva insieme con particolare maestria moltissime contraddizioni tedesche interne ed esterne. Chiunque le subentrerà dovrà quindi gestire queste contraddizioni in tutta la loro difficoltà. Si va dai rapporti transatlantici in un mondo post pax americana alle future relazioni con Russia e Cina, dalla necessità della Germania di restare nella NATO a quella di sviluppare contemporaneamente una propria futura indipendenza strategica, dalla definizione culturale della società tedesca sempre più multiculturale al contenimento dei vari estremismi interni. La Germania, ad esempio, resta un paese che negli ultimi 2 anni e mezzo ha visto il governo licenziare sia il presidente dell’intelligence civile interna (BfV) sia il presidente dell’intelligence militare (MAD) a causa della loro gestione del dossier “estremismo di destra”. Si tratta di un dettaglio significativo di specifiche tensioni che esprimono un paese meno calmo di quanto sembri”
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