
di Giuseppe Gagliano –
Con la firma del piano E1 Benjamin Netanyahu ha scelto di trasformare in realtà ciò che da tempo era implicito nella politica israeliana: la chiusura definitiva alla prospettiva di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est. L’espansione di Maale Adumim e la creazione di una continuità territoriale tra l’insediamento e Gerusalemme occupata non sono semplici operazioni urbanistiche, ma un atto politico e militare. Il progetto mira a frantumare la Cisgiordania in isole scollegate, rendendo logisticamente e demograficamente impraticabile la nascita di un’entità palestinese autonoma.
Il piano prevede l’annessione di 12.000 dunum di terra palestinese e lo spostamento forzato delle comunità beduine. Interi quartieri come Kafr Aqab e Shu’fat rischiano l’isolamento, mentre la popolazione ebraica dell’area raddoppierà grazie alla costruzione di oltre 7.600 nuove unità abitative. Si tratta di una strategia di “fatti compiuti” che punta a ridisegnare l’equilibrio demografico a favore di Israele, con implicazioni di lungo periodo sulla convivenza e sulla possibilità di una futura coesistenza pacifica.
L’espansione degli insediamenti è anche un’operazione di sicurezza. Collegando Ma’ale Adumim a Gerusalemme, Israele crea un corridoio difendibile che permette un più rapido dispiegamento delle forze in caso di disordini. Tuttavia, la decisione rischia di accendere nuove fiammate di conflitto: i raid a Tulkarem e i coprifuoco imposti nelle ultime ore mostrano come la reazione palestinese sia immediata e violenta. Hamas ha già rivendicato attentati recenti e la demolizione punitiva delle case dei militanti rischia di alimentare un ciclo di vendetta senza fine.
La mossa di Netanyahu arriva a pochi mesi da una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che chiedeva la fine dell’occupazione entro un anno. Israele risponde con un atto che va in direzione opposta, ignorando il diritto internazionale e mettendo in imbarazzo gli alleati occidentali. Bruxelles discute sanzioni e un congelamento parziale degli scambi commerciali, ma difficilmente queste misure riusciranno a fermare un progetto sostenuto dal governo, dalla Knesset e dalle potenti lobby dei coloni.
Dietro il piano E1 ci sono anche miliardi di shekel di investimenti pubblici e privati. La creazione di infrastrutture e la valorizzazione immobiliare nell’area costituiscono un enorme incentivo economico per l’élite israeliana. L’espansione sposta risorse, apre nuove zone industriali (Mishor Adumim) e consolida il controllo israeliano sui principali snodi stradali della Cisgiordania, con un impatto diretto sulla mobilità palestinese e sul commercio locale.
Se portato a termine, il piano E1 chiuderà la partita territoriale: la Cisgiordania sarà divisa in due, Gaza resterà isolata e l’idea di uno Stato palestinese diventerà una pura illusione. Questo scenario rischia di spingere la leadership palestinese verso una radicalizzazione ancora maggiore e di ridurre ulteriormente lo spazio di manovra della diplomazia internazionale. Il conflitto rischia così di entrare in una nuova fase di instabilità permanente, con escalation che potrebbero coinvolgere anche il fronte nord (Hezbollah) e l’intera regione.











