Russia. Melnichenko, ‘Solo una Russia sovrana può garantire una pace stabile’

di Guido Keller

Uno dei più influenti industriali russi, Andrey Melnichenko, ha rilasciato una rara e approfondita intervista al settimanale britannico The Economist, nella quale espone la propria visione della sovranità, della guerra e del futuro della Russia.
Melnichenko si descrive non come un politico o un ideologo, ma come un ingegnere abituato a lavorare con sistemi complessi: oleodotti, reti energetiche e logistica. In questi sistemi scorrono capitali, materie prime e tecnologie secondo leggi proprie. A suo giudizio, politica e sanzioni non possono fermare questi flussi, ma solo deviarli verso altri percorsi.
Secondo l’imprenditore, l’Occidente cerca sicurezza e, per ottenerla, punta a indebolire o distruggere la Russia. Tuttavia, privare Mosca della propria sovranità non garantirebbe maggiore sicurezza. Dalle sue parole emerge l’idea che solo una Russia pienamente sovrana possa essere un interlocutore con cui raggiungere accordi stabili e duraturi: una pace sostenibile richiede infatti soggetti dotati di piena autonomia da entrambe le parti. Una pace imposta a chi è costretto a chiedere concessioni, sostiene, non è vera pace, ma soltanto una pausa tra due fasi del conflitto.
Per questo motivo, qualsiasi accordo sull’Ucraina che Mosca ritenga imposto dall’esterno senza tenere conto dei propri interessi rischierebbe, a suo avviso, di fare la stessa fine degli Accordi di Minsk: congelare il conflitto senza risolverlo. Da qui la richiesta russa, nei negoziati del 2025-2026, di ottenere garanzie di sicurezza anche per sé, e non esclusivamente per l’Ucraina.
Melnichenko ritiene inoltre che tutti e quattro gli scenari immaginati in Occidente per la Russia del dopoguerra conducano a un vicolo cieco: una Russia umiliata e marginalizzata finirebbe col generare sentimenti revanscisti; una Russia inserita nell’orbita cinese diventerebbe uno strumento della strategia di Pechino, così come l’Ucraina lo sarebbe dell’Occidente; un’eventuale disgregazione della Federazione renderebbe incontrollabile il suo arsenale nucleare; infine, una Russia trasformata in una fortezza permanentemente assediata non porrebbe fine alla guerra, ma farebbe del conflitto uno stato permanente.
L’idea di logorare la Russia, prosegue l’imprenditore, non rappresenta una vera strategia. L’Occidente afferma di essere pronto a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, ma evita di affrontare la questione fondamentale: quale ruolo debba occupare la Russia nel sistema di sicurezza europeo.
Sul tema nucleare, Melnichenko sostiene che la questione abbia assunto una dimensione esistenziale. La deterrenza funziona non semplicemente perché esistono armi atomiche, ma perché esistono centri decisionali razionali, canali di comunicazione aperti e una chiara consapevolezza dei limiti oltre i quali non bisogna andare. In assenza di questi elementi, le armi nucleari diventano una fonte costante di rischio.
Interessante anche la sua riflessione sui cambiamenti interni alla Russia. L’esclusione del Paese dai sistemi globali, finanziari, tecnologici ed educativi, avrebbe costretto la cosiddetta “classe creativa” a una scelta: emigrare rompendo ogni legame con il Paese oppure affrontare finalmente una domanda rimasta irrisolta per decenni, ossia come costruire uno spazio autonomo all’interno della Russia, secondo regole proprie. Un processo lento e difficile, ma inevitabile, poiché il mondo globalizzato, nella forma conosciuta finora, non esiste più. Oggi, secondo Melnichenko, la scelta non è più tra Russia e globalizzazione, bensì tra Russia e un mondo frammentato in blocchi, ciascuno con regole proprie. Le sanzioni avrebbero inoltre dimostrato che la globalizzazione non è mai stata neutrale: le regole sono state scritte da alcuni nell’interesse di alcuni e possono essere modificate per decisione politica.
L’imprenditore afferma inoltre che la pressione esterna costringe il Paese a lavorare in modo più coeso, e ritiene che questo sia un fattore positivo. La grandezza di uno Stato, sostiene, non si misura dall’enfasi degli slogan, ma dalla sua capacità di proteggere i propri cittadini. Lo stesso principio vale anche per il mondo degli affari: contratti e sofisticate strutture societarie non possono sostituire la protezione garantita da uno Stato forte.
Secondo Melnichenko, le aziende che non appartengono né all’orbita americana né a quella cinese si trovano davanti a una scelta: diventare dipendenti da una grande potenza per ottenere protezione oppure restare attori locali, esposti costantemente alle decisioni altrui. A suo giudizio, solo un percorso fondato sulla sovranità offre prospettive di lungo periodo.
Il dibattito interno su quale debba essere il futuro della Russia, conclude, è inevitabile, ma dovrà svolgersi dopo la guerra e all’interno del Paese. La scelta che si presenta oggi al mondo non è tra amore e odio, né tra punizione e perdono, bensì tra due modelli di futuro: uno nel quale le grandi potenze tornano a rispettare reciprocamente la sovranità degli altri Stati e uno nel quale ciascuna cerca di trasformare gli altri in semplici oggetti di gestione. Secondo Melnichenko, è proprio quest’ultima strada ad aver condotto alla situazione attuale.
La priorità, afferma infine, è allontanarsi dal precipizio. Solo dopo sarà possibile comprendere come si sia arrivati fin lì e come costruire un ordine internazionale diverso. Sarà il compito della prossima generazione; quella attuale deve almeno lasciarle le condizioni per poterlo fare.
L’autore del testo conclude definendo l’intervista particolarmente interessante e raccomandandone la lettura integrale, sottolineando come sia raro che un grande imprenditore russo esponga una visione strategica, e non soltanto tattica, degli eventi in corso.