LONDRA — A 2.700 metri di profondità, nel buio dell’Artico, corrono due cavi in fibra ottica non più spessi di un tubo da giardino. Percorrono 1.400 chilometri tra le isole Svalbard e la Norvegia continentale, attraverso il Bear Gap, il corridoio di 400 miglia che i sottomarini nucleari russi devono attraversare per uscire dalla penisola di Kola verso l’Atlantico. È lì, in primavera, che qualcosa si è mosso.
Sommergibili russi d’altofondale si stavano addestrando a impiegare un’arma segreta capace di disabilitare i cavi sottomarini «senza lasciare impronte»: lo rivela Reuters citando due responsabili occidentali, che hanno chiesto l’anonimato. Un’operazione congiunta di Regno Unito, Norvegia e Stati Uniti ha tracciato i mezzi russi, li ha affrontati in mare e ha impedito che l’esercitazione fosse completata. Alla fine i sommergibili hanno lasciato l’area. Nessun cavo è stato danneggiato.
Dietro l’operazione c’era la GUGI, la Direzione principale per la ricerca in acque profonde: la flotta segreta di Mosca, specializzata in guerra sottomarina, che risponde direttamente allo Stato maggiore e non alla Marina. Come funzioni la nuova arma, i funzionari non lo hanno spiegato. Che Londra e Oslo avessero scoperto un’operazione russa coperta nell’Artico si sapeva da aprile; restavano inediti la tecnologia, il luogo esatto e il ruolo americano.
Il bersaglio potenziale non è un cavo qualsiasi. Le due fibre delle Svalbard trasportano i dati scaricati da SvalSat, la più grande stazione di terra satellitare al mondo, parte della rete spaziale della Nasa. Reciderle significherebbe accecare, per un tempo indefinito, un nodo dell’osservazione satellitare occidentale. Un nuovo cavo di riserva, via l’isola di Jan Mayen, è previsto solo per il 2028.
Il viaggio a Mosca
La partita, però, non si è chiusa in mare. Rappresentanti britannici e norvegesi hanno portato le loro scoperte direttamente a Mosca: il messaggio era che la tecnologia è nota, e che il Cremlino farebbe bene a esitare. «Attraverso la nostra operazione congiunta abbiamo mandato un messaggio chiaro alla Russia: non possono operare di nascosto», ha detto il ministro della Difesa norvegese Tore Sandvik. «Qualsiasi tentativo di colpire le nostre infrastrutture critiche sarà rilevato e avrà conseguenze».
Perché rendere pubblica ora un’operazione di primavera? Perché la deterrenza, per funzionare, dev’essere visibile: tre funzionari statunitensi riferiscono che gli analisti temono che Mosca voglia mettere alla prova l’articolo 5 — la clausola di difesa collettiva della Nato — e i cavi sottomarini, sabotabili senza sparare un colpo, sono il bersaglio più probabile. Ad agosto il direttore della Cia John Ratcliffe è volato a Mosca dai suoi omologhi anche per avvertire contro l’escalation dei sabotaggi in Europa. Il ministero della Difesa russo non ha risposto; il Cremlino nega sistematicamente ogni sabotaggio nei Paesi dell’Alleanza.
Eppure la lista si allunga. Violazioni dello spazio aereo confermate da Polonia, Lituania e Romania; ad agosto un tentato attacco con droni all’aeroporto di Lipsia, seguito dalla chiusura del consolato russo a Bonn. E dal 2023 gli alleati osservano il «drifting»: navi russe che rallentano sopra le infrastrutture sensibili, come per mapparle. Ad aprile Londra aveva già stanziato altri 136 milioni di dollari per gli aerei antisommergibile P-8 — i cavi trasportano il 99% del traffico dati internazionale del Regno Unito.
Intanto il ministero della Difesa britannico ha diffuso una fotografia: le navi collegate alla GUGI, ormeggiate nella base di Olenya Guba, sul mare di Barents. Come a dire: vi vediamo anche in porto.


