BELGRADO — L’uomo che comanda in Serbia da dodici anni ha sciolto il parlamento per candidarsi a una carica, sulla carta, inferiore alla sua. Aleksandar Vucic, al potere dal 2014 prima come capo del governo e poi come capo dello Stato, correrà alle elezioni anticipate del 25 ottobre da candidato primo ministro. E ha presentato il voto quasi come una costrizione: «Se non ci fossero state queste tensioni, questi conflitti politici, di certo le elezioni non sarebbero state necessarie», ha detto in televisione.

Il decreto di scioglimento è stato firmato mercoledì e annunciato in un discorso trasmesso a mezzogiorno, riferisce Reuters. Le legislative erano previste per l’anno prossimo — il mandato dell’assemblea sarebbe scaduto a dicembre 2027 — ma sabato il Partito progressista serbo, la formazione che domina la scena politica del Paese, aveva designato all’unanimità Vucic capolista e candidato premier. Da lì alla firma sono passati quattro giorni.

La macchina si è mossa con precisione. Lunedì il governo si è riunito in seduta straordinaria e il primo ministro Djuro Macut ha chiesto formalmente lo scioglimento; la Costituzione serba impone al presidente di firmare il decreto entro 72 ore dalla richiesta. Risultato: una campagna elettorale compressa in appena 45 giorni. E la presidenza? Vucic non ha detto se lascerà l’incarico prima o dopo il voto — un dettaglio non piccolo, per un uomo che potrebbe ritrovarsi a occupare, di fatto, entrambe le poltrone.

Ma la partita vera non si gioca sulle cariche. Il voto anticipato è, nelle intenzioni di Vucic, un plebiscito: la legittimazione delle urne contro quella delle piazze, che da quasi due anni gli si sono rivoltate contro. «Ci servono risultati elettorali che determinino e dimostrino chiaramente la volontà dei cittadini, dove, in quale direzione e su quale strada sta andando la Serbia», ha detto nel discorso, ripreso dall’agenzia di Stato cinese Xinhua. E ha rivendicato di essersi sempre mosso secondo «gli interessi vitali della Repubblica di Serbia».

Il crollo di Novi Sad

Tutto nasce da una pensilina. Nel novembre 2024 la tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad, seconda città del Paese, crollò uccidendo 16 persone. Quella tragedia — attribuita dai manifestanti alla corruzione negli appalti pubblici — ha innescato la più lunga ondata di proteste della Serbia recente: quasi due anni di cortei anticorruzione che hanno investito direttamente il presidente. Vucic, populista che rivendica una stagione di crescita economica, affronta accuse crescenti di corruzione e autoritarismo; il suo governo le respinge e definisce le proteste un tentativo di destabilizzazione.

Nel discorso di mercoledì il presidente ha chiesto una campagna senza scontri: «È importante rispettare le diverse opinioni politiche, il diritto di riunione e di espressione pubblica». E ha giustificato il calendario con l’Expo 2027, l’esposizione internazionale che aprirà a Belgrado a maggio dell’anno prossimo: «Avremo tempo a sufficienza per prepararci all’Expo e per tutto quello che ci attende». Prima la conta, poi la vetrina mondiale.

Resta il paradosso di partenza, che è anche la fotografia del sistema serbo: un presidente che scioglie il parlamento per guidare il governo, un premier in carica che gli apre la strada, un partito che lo acclama all’unanimità. Le caselle cambiano, l’uomo no. Comunque vada il 25 ottobre, la domanda su cui la Serbia si spacca da due anni — chi risponde, e a chi, del potere a Belgrado — arriverà alle urne con un solo nome stampato sopra.