ODESSA — Il valico internazionale di Starokozache–Tudora, sulla strada che collega la regione di Odessa alla Moldavia, a mezzogiorno è ancora chiuso. Restano le carcasse annerite di autobus, camion e automobili, le strutture sventrate dall’incendio, i soccorritori che hanno caricato sedici persone su un pullman per portarle al sicuro. Dall’altra parte della linea, una pattuglia della polizia di frontiera moldava ha contato quattro esplosioni e ha visto i bagliori alzarsi nel buio sul lato ucraino.

È l’immagine di una notte in cui la guerra ha corso in due direzioni opposte, racconta Le Monde: le forze ucraine hanno colpito la base navale di Novorossijsk, sul Mar Nero russo, incendiando depositi di carburante e danneggiando navi lanciamissili, mentre i droni russi lanciati sulla regione di Odessa hanno raggiunto il confine con la Moldavia, uccidendo due civili e ferendone tre al valico di Starokozache. La cittadinanza delle vittime è in corso di accertamento.

Il drone ha centrato il valico fra le 23.35 e le 00.05 (le 22.35 in Italia), ha precisato la polizia di frontiera della Repubblica di Moldavia; altri due ordigni sono caduti poco lontano, in territorio ucraino. Ma il confine non ha retto nemmeno in cielo: diciassette droni, ha detto il premier moldavo Vasile Tofan, hanno sorvolato il territorio del suo Paese — che non è in guerra, e che da anni teme esattamente questo.

A Novorossijsk, sull’altra sponda del Mar Nero, l’attacco è stato rivendicato dall’SBU, il Servizio di sicurezza ucraino: l’operazione, condotta dal centro per le operazioni speciali «Alpha» insieme a Marina, intelligence militare e forze dei sistemi senza pilota, ha colpito le installazioni del porto militare, alcune navi in grado di lanciare missili da crociera Kalibr, i depositi di olio combustibile e le infrastrutture di carico del terminal petrolifero di Sheskharis. Le esplosioni nelle aree di ormeggio sono confermate.

L’ultima roccaforte della flotta

Perché proprio Novorossijsk, a oltre 300 chilometri dal fronte? Perché è lì che si concentra ciò che resta della potenza navale russa nel Mar Nero — «l’ultima grande roccaforte», l’ha definita il presidente ucraino Volodymyr Zelensky — e perché da Sheskharis, terminale meridionale della rete di oleodotti della compagnia di Stato Transneft, passano fino a quattro milioni e mezzo di tonnellate di greggio al mese. Il bersaglio, insomma, non è solo militare: è la cassa del petrolio russo. Dopo il raid del 15 agosto il terminal aveva già sospeso i caricamenti di greggio, riferisce Reuters; altri colpi erano arrivati il 2 marzo e il 6 aprile.

C’è però un vincolo di cui Kiev deve tenere conto: dopo i raid dell’autunno 2025 il Dipartimento di Stato americano chiese agli ucraini di non toccare gli interessi Usa a Novorossijsk, a cominciare dal vicino terminal del consorzio petrolifero del Caspio, dove hanno quote Chevron ed ExxonMobil.

Intanto la Russia ha continuato a martellare le città ucraine. Nella stessa notte un drone ha colpito un palazzo residenziale di Kiev, ferendo cinque persone fra cui una donna incinta; un altro ha centrato il treno passeggeri Kharkiv–Izium, con sei feriti; a Dnipro tre persone sono state estratte vive dalle macerie di una casa. «Troppo poco», ha accusato Zelensky parlando della reazione degli alleati, proprio mentre si chiudeva la riunione del gruppo di Ramstein — il coordinamento dei Paesi che armano Kiev — con nuovi impegni di aiuti, e la Commissione europea appoggiava una richiesta da 3,2 miliardi di euro per nuovi missili Patriot. Il Cremlino, dal canto suo, fa sapere che Donald Trump avrebbe detto a Vladimir Putin di voler chiudere la guerra al più presto.

Al valico di Starokozache, intanto, i pompieri hanno spento l’ultimo focolaio. Sul lato moldavo la sbarra resta abbassata: di là c’è un Paese in guerra, di qua uno che ha cominciato a contare i droni sopra la propria testa.