di Giuseppe Gagliano –
Il piano degli Stati Uniti per fermare il conflitto in Sudan prevede una tregua umanitaria di novanta giorni, l’avvio di negoziati per un cessate il fuoco permanente, il disarmo delle milizie e una transizione politica guidata dai civili. L’iniziativa si scontra però con il principale ostacolo del conflitto: il controllo del territorio. L’esercito del generale Abdel Fattah al Burhan ha accolto gran parte della proposta, subordinandola però al ritiro completo delle Forze di Supporto Rapido da tutte le aree conquistate dopo l’11 maggio 2023, una condizione che i paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo considerano inaccettabile.
Il Darfur e il Kordofan settentrionale restano i principali teatri della guerra. Dopo la caduta di el Fasher, le Forze di Supporto Rapido hanno consolidato la propria presenza nel Darfur, rafforzando i collegamenti con il Ciad e le rotte del Sahel. Anche le aree di confine, come Kulbus, continuano a cambiare rapidamente controllo, confermando un conflitto caratterizzato da avanzate e ritirate continue. Nessuno dei due schieramenti appare oggi in grado di ottenere una vittoria decisiva.
Il conflitto è alimentato anche dagli interessi regionali. L’Egitto sostiene l’esercito sudanese, mentre gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di appoggiare le Forze di Supporto Rapido. Il controllo delle miniere d’oro, delle rotte commerciali verso il Mar Rosso e dei valichi occidentali rappresenta una fonte essenziale di finanziamento per le parti in guerra, rendendo il disarmo anche una questione economica oltre che militare.
Il piano americano punta inoltre a restituire un ruolo centrale ai civili, escludendo la Fratellanza Musulmana e le milizie responsabili di violenze. Tuttavia la società civile, indebolita da anni di guerra, repressione ed esilio, dispone di strumenti limitati per governare un Paese profondamente frammentato.
Le precedenti iniziative diplomatiche non sono riuscite a fermare le ostilità e anche questa proposta rischia di tradursi soltanto in una pausa temporanea. Finché esercito e Forze di Supporto Rapido continueranno a considerare il rafforzamento delle rispettive posizioni militari una priorità rispetto al compromesso politico, una pace stabile resterà difficile da raggiungere. Il rischio è quello di un Sudan sempre più diviso, con aree controllate da esercito e milizie e un crescente intervento delle potenze regionali.












